«Messa in scena eccezionale Branciaroli strappa applausi»
È così raro che uno spettacolo di prosa sia ripreso, addirittura con lo stesso protagonista, dopo oltre venti anni dalla sua produzione, che sarebbe ben strano che l’eccezionalità dell’evento non...
È così raro che uno spettacolo di prosa sia ripreso, addirittura con lo stesso protagonista, dopo oltre venti anni dalla sua produzione, che sarebbe ben strano che l’eccezionalità dell’evento non coincidesse con l’eccezionale qualità della messa in scena. Il teatro Manzoni ha ospitato nuovamente la Medea di Euripide secondo Luca Ronconi, a tre anni dalla scomparsa del regista, e a quasi ventidue dalla tournée che toccò a Pistoia.
La pièce, che all’epoca colpì per la scelta di far interpretare il personaggio di Medea da un uomo, è stata ripresa con cura da Daniele Salvo e ripropone Franco Branciaroli come straordinario e indispensabile protagonista di una messinscena che al suo apparire sembrò rivoluzionaria e che oggi appare senza tempo.
Poche cose invecchiano rapidamente come il gusto negli allestimenti teatrali, ma questo spettacolo, che fu forse tra i più ispirati del Ronconi degli anni’90, conserva la forza espressiva di allora, per il rigore con cui la tragedia di Medea è raccontata, evitando i cliché della donna abbandonata e della protofemminista ribelle per concentrarsi sul mito di una creatura semidivina. Medea, strappata dalla sua terra di origine, quasi irreale nella lucida determinazione che la porta a uccidere i propri figli per vendicarsi dell’abbandono di Giasone, talmente diversa e poco umana da poter essere, appunto, impersonata anche da un uomo, in una sorta di vecchio cinema con sedie di legno, dove le donne delle pulizie formano il coro femminile.
Accanto a Branciaroli un’impeccabile compagnia si muove tra i sublimi cliché di Ronconi che hanno fatto la storia del teatro italiano, dalla fine degli anni’60 del Novecento fino al nuovo millennio: recitazione straniante, schermi cinematografici su cui vengono proiettate anche le immagini di un intervento chirurgico a cuore aperto, mobili accatastati, pareti che cadono, un’enorme scala che sale tanto da non lasciar vedere dove termina. Un meccanismo a vista solleva in aria alla fine Medea e i due cadaverini insanguinati, evocando il deus ex machina euripideo. Il pubblico segue in silenzio, quasi stordito, il lungo atto unico e alla fine premia la compagnia con lunghi applausi.
*Avvocato e critico teatrale
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