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Permessi facili a Pistoia: confessione fiume del capo dell'organizzazione

di Massimo Donati
Permessi facili a Pistoia: confessione fiume del capo dell'organizzazione

Decide di collaborare con gli inquirenti il pakistano arrestato dalla polizia

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PISTOIA. Di fronte a quelle prove schiaccianti raccolte dalla polizia in mesi di indagini, ha deciso di collaborare. E il nuovo interrogatorio chiesto al pubblico ministero si è trasformato in una confessione fiume. Ha parlato per quasi tre ore lunedì 29 gennaio Iqbal Asjid, 42 anni, il pakistano da anni residente a Pistoia ritenuto dalla procura della Repubblica l’ideatore e l’artefice del giro di permessi di soggiorno facili portato alla luce dalla Squadra mobile della questura con l’operazione “Whitewash”, che ha portato complessivamente all’arresto di 13 persone.

Lunedì l’uomo – sottoposto alla misura cautelare della custodia in carcere – è stato scortato in procura, davanti al sostituto procuratore Claudio Curreli, tutolare dell’inchiesta. Dopo che il suo avvocato, Bruno Bellini, visto l’esito dell’interrogatorio di garanzia del 19 gennaio scorso, ha scelto assieme al suo assistito di intraprendere una diversa condotta difensiva.

«Si è dichiarato colpevole – spiega il legale – e l’interrogatorio ha assunto perciò la natura di confessione. Sta ricostruendo l’intera lunga vicenda, che è andata avanti dal 2014 al 2107. Tre anni con diverse situazioni riferite a tanti diversi soggetti, con tanti dettagli da chiarire. E poi c’è la presenza dell’interprete, che in pratica porta a raddoppiare i tempi per via della difficoltà di seguire ciò che il mio assistito dice. Per cui prevediamo che l’interrogatorio andrà avanti per diverso tempo»

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Corruzione, violazione del segreto di ufficio, traffico di influenze illecite, falso ideologico e materiale, omissione di atti d’ufficio, procurato ingresso illegale e agevolazione della permanenza nel territorio dello Stato di almeno 181 cittadini stranieri i reati contestati nell’ambito dell’inchiesta, che ha portato all’arresto di 13 persone e all’applicazione di altre 5 misure cautelari. Un’operazione che ha fatto luce su un traffico di permessi di soggiorno che vedeva coinvolti anche liberi professionisti e pubblici dipendenti: due impiegati del Comune di Pistoia, uno della prefettura e una poliziotta ora in pensione. Oltre 200 gli indagati. Dai 1.000 ai 1.500 euro per un permesso, dai 4.500 agli 8.000 per un ricongiungimento familiare. Queste le cifre che gli stranieri (soprattutto pakistani) erano disposti a pagare, per un giro d’affari che, tra il gennaio 2013 e il febbraio 2017, ha fruttato secondo gli investigatori circa 300.000 euro.

Un meccanismo, pare, ben oliato quello che ha portato al rilascio di decine e decine di permessi a cittadini stranieri (che per questo sono venuti appositamente a Pistoia anche da Francia, Belgio, Olanda, Norvegia, Svezia e Grecia). In cui ognuno aveva un proprio ruolo. Da chi procacciava i clienti, anche all’estero, a chi falsificava la documentazione necessaria all’ottenimento dei permessi. Ai pubblici dipendenti che, di fronte a quei documenti falsi, chiudevano gli occhi in cambio di denaro e regalie. A coloro che dichiaravano falsamente di avere alle proprie dipendenze o di ospitare in casa coloro che dovevano essere regolarizzati.
 

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