Lutto
Morì nel compattatore, chiesto il rinvio a giudizio del datore di lavoro
Ma il pm punta il dito anche sull’azienda produttrice del macchinario in cui restò ucciso l'operaio
SERRAVALLE. Non solo quella del datore di lavoro. Per non aver adottato tutte le possibili misure di sicurezza per prevenire quella tragedia. Ma una responsabilità potrebbe esserci anche da parte dell’azienda che ha prodotto quel container compattatore, che la mattina del 18 febbraio 2017, per Vincenzo Scarlata, 46 anni, si trasformò in una trappola mortale.
Con l’imputazione di omicidio colposo, la procura della Repubblica ha chiesto il rinvio a giudizio del datore di lavoro delegato della “Dife spa”, l’azienda di Masotti che si occupa del recupero e del trattamento di rifiuti speciali della quale la vittima era dipendente. Ma nel contempo il pm Luigi Boccia ha inviato un rapporto all’autorità nazionale di sorveglianza del mercato ipotizzando un pericoloso difetto di progettazione nel macchinario che è costato la vita al 46enne quarratino, che, se confermato, potrebbe portare, da una parte, al ritiro dal commercio dello stesso, e, dall’altra, a conseguenze penali anche per la ditta produttrice.
Fatto sta che per adesso, a dover comparire davanti al giudice dell’udienza preliminare del tribunale di Pistoia il prossimo 8 marzo, sarà Orazio Latina, 47 anni, nativo di Siracusa e residente a Pescia, nella sua qualità di datore di lavoro delegato della Dife spa. Secondo l’accusa, la sua colpa sarebbe consistita nell’aver affidato a Vincenzo Scarlata un’attrezzatura di lavoro che, in base alla terribile dinamica dell’infortunio, si sarebbe dimostrata non conforme alle disposizioni legislative e regolamentari di recepimento delle direttive comunitarie. La vittima era rimasta infatti con la testa schiacciata dal portellone del container compattatore da cui aveva appena finito di scaricare i rifiuti da riciclare.
Teatro della tragedia, uno dei due capannoni della “Dife” , nella zona industriale “Maltinti” di Masotti, lungo la via Vecchia Provinciale Lucchese, nel comune di Serravalle. L’operaio, che abitava a Quarrata, stava manovrando il grande container, caricato su uno dei tanti camion dell’azienda. Un cassone che si inclina all’indietro per far scivolare fuori il carico mentre il portellone posteriore si apre. E che poi si riabbassa per tornare in posizione orizzontale. Sempre comandato dall’operatore di turno, attraverso una pulsantiera fissata sul retro del container stesso. Era stato a quel punto che Vincenzo Scarlata si era affacciato all’interno del cassone, per vedere se fossero rimasti dei residui e aveva azionato la pala interna per farli uscire. Non si sa cosa poi possa essere accaduto. Forse l’operaio aveva tenuto premuta involontariamente la leva che aziona la chiusura del portellone, oppure aveva calcolato male i tempi. Fatto sta che il container si era richiuso proprio sulla sua testa. Uccidendolo sul colpo.
Sotto accusa, perciò, è proprio il posizionamento di quei comandi, tra l’altro studiati per bloccare qualunque movimento non appena la mano dell’operatore cessa la pressione. Ma evidentemente collocati troppo vicini (50 centimetri) alla parte posteriore del container, visto che la vittima (anche perché non sarebbero stati dotati di adeguati protezioni per impedire una manovra accidentale: da qui una delle colpe del datore) aveva potuto azionarli semplicemente allungando un braccio anche mentre era con testa e parte del busto all’interno del vano di carico.
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