Sicurezza
Benservito di Natale per 130 insegnanti
di Valentina Vettori
La sentenza del Consiglio di Stato mette fine al sogno del posto fisso. «Ma senza di noi tante scuole resteranno chiuse»
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PISTOIA. Una sentenza pesante come un macigno, che mette fine all’aspirazione al posto fisso e getta sul loro futuro lavorativo un’incertezza tale da non sapere nemmeno se potranno concludere l’anno scolastico nelle loro classi. «Siamo rimaste stordite. Non ce lo saremmo mai aspettate. Da quando l’abbiamo saputo non viviamo più».
Non usano mezze parole Giada Catani e Barbara Bertucci, insegnanti di scuola primaria, rimaste prima “schiacciate” negli ingranaggi della macchina burocratica del Ministero della pubblica istruzione e poi dalla sentenza del Consiglio di Stato dello scorso 20 dicembre, che ha tolto loro, e ad altre 50.000 docenti in Italia, l’abilitazione all’insegnamento. Il motivo? Il loro diploma magistrale non è più sufficiente per insegnare.
Un dedalo, quello della scuola, fatto di graduatorie, supplenze, abilitazioni all’insegnamento prima valide e d’improvviso inutili, e da un precariato perenne con cui le due maestre elementari avevano imparato a convivere. Poi il tanto sognato posto “di ruolo”, come si dice nel mondo dell’istruzione, arrivato seppur con “riserva” lo scorso anno, ma che, dopo la sentenza del Consiglio di Stato dello scorso 20 dicembre, è stato spazzato via.
La decisione, infatti, le catapulterà di nuovo nell’universo delle supplenze. Insieme a loro, nella provincia di Pistoia, altri 130 insegnanti di ruolo nelle scuole dell’infanzia e primarie, pronti a dare battaglia e far sentire la loro voce, rivendicando quell’abilitazione all’insegnamento, conquistata dopo anni di precariato. «No ai licenziamenti in massa – è il loro motto – Senza di noi le scuole chiudono».
Un incubo, quello delle supplenze, tornato realtà, pochi giorni prima delle vacanze di Natale, quando il Consiglio di Stato ha decretato che gli insegnati con il solo diploma magistrale, conseguito prima dell’anno scolastico 2001/2002 (anno dal quale è diventata obbligatoria la laurea per l’insegnamento anche nella scuola primaria), non hanno più diritto all’abilitazione all’insegnamento, e quindi non possono più far parte delle Gae, utilizzate per l’assunzione in ruolo.
Un doppio schiaffo perché nel caso specifico di Giada e Barbara la laurea c’è, ma non in Scienze della formazione primaria, come invece viene richiesto.
Al loro fianco, anche Bruno Ventura, presidente di Azione Scuola. Associazione schierata a sostegno degli insegnati precari che parla di «un’ingiustizia perpetrata per anni e di un mal governo che non ha saputo gestire questa situazione».
Sono agguerriti e promettono battaglia gli oltre 130 docenti pistoiesi appena “espulsi” dalle Gae. L’8 gennaio saranno a Roma per manifestare contro la sentenza. «Non ci arrendiamo – insistono Giada e Barbara – Siamo tanti, dovranno ascoltarci. Alcune scuole, se noi veniamo mandati a casa, rimarranno chiuse».
Non usano mezze parole Giada Catani e Barbara Bertucci, insegnanti di scuola primaria, rimaste prima “schiacciate” negli ingranaggi della macchina burocratica del Ministero della pubblica istruzione e poi dalla sentenza del Consiglio di Stato dello scorso 20 dicembre, che ha tolto loro, e ad altre 50.000 docenti in Italia, l’abilitazione all’insegnamento. Il motivo? Il loro diploma magistrale non è più sufficiente per insegnare.
Un dedalo, quello della scuola, fatto di graduatorie, supplenze, abilitazioni all’insegnamento prima valide e d’improvviso inutili, e da un precariato perenne con cui le due maestre elementari avevano imparato a convivere. Poi il tanto sognato posto “di ruolo”, come si dice nel mondo dell’istruzione, arrivato seppur con “riserva” lo scorso anno, ma che, dopo la sentenza del Consiglio di Stato dello scorso 20 dicembre, è stato spazzato via.
La decisione, infatti, le catapulterà di nuovo nell’universo delle supplenze. Insieme a loro, nella provincia di Pistoia, altri 130 insegnanti di ruolo nelle scuole dell’infanzia e primarie, pronti a dare battaglia e far sentire la loro voce, rivendicando quell’abilitazione all’insegnamento, conquistata dopo anni di precariato. «No ai licenziamenti in massa – è il loro motto – Senza di noi le scuole chiudono».
Un incubo, quello delle supplenze, tornato realtà, pochi giorni prima delle vacanze di Natale, quando il Consiglio di Stato ha decretato che gli insegnati con il solo diploma magistrale, conseguito prima dell’anno scolastico 2001/2002 (anno dal quale è diventata obbligatoria la laurea per l’insegnamento anche nella scuola primaria), non hanno più diritto all’abilitazione all’insegnamento, e quindi non possono più far parte delle Gae, utilizzate per l’assunzione in ruolo.
Un doppio schiaffo perché nel caso specifico di Giada e Barbara la laurea c’è, ma non in Scienze della formazione primaria, come invece viene richiesto.
Al loro fianco, anche Bruno Ventura, presidente di Azione Scuola. Associazione schierata a sostegno degli insegnati precari che parla di «un’ingiustizia perpetrata per anni e di un mal governo che non ha saputo gestire questa situazione».
Sono agguerriti e promettono battaglia gli oltre 130 docenti pistoiesi appena “espulsi” dalle Gae. L’8 gennaio saranno a Roma per manifestare contro la sentenza. «Non ci arrendiamo – insistono Giada e Barbara – Siamo tanti, dovranno ascoltarci. Alcune scuole, se noi veniamo mandati a casa, rimarranno chiuse».
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