Lutto
«Accogliamo Dio nel volto del fratello»
Il messaggio del vescovo Tardelli che guarda a Gerusalemme di nuovo e da sempre in subbuglio
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PISTOIA. È tutto incentrato su Gerusalemme e sui duemila anni trascorsi dalla nascita di Gesù ad oggi e sui problemi mai risulti che attanagliano quella terra, il discorso di auguri del vescovo di Pistoia, Fausto Tardelli.
«Ascoltavo in questi giorni con notevole apprensione, le vicende di Gerusalemme e dell’improvvida decisione di D. Trump di spostare lì l’ambasciata americana, riconoscendo la città capitale d’Israele - scrive monsignor Tardelli - Mentre vedevo accendersi la rabbia e gli scontri, pensavo tra me e me: son passati duemila anni da quando il Figlio di Dio è venuto ad abitare in quella terra e tutto è ancora sottosopra e non si vede la fine. Nazareth, Betlemme, Gerusalemme: quei luoghi santi che hanno visto il Verbo di Dio incarnarsi, vivere la sua vita d’uomo, morire, risorgere e salire al cielo, continuano ad essere al centro di contese e violenze. Ancora oggi, perché tali lo sono stati da sempre. Una terra che ha udito la predicazione di un Regno di giustizia e di pace, che ha sentito parlare di amore dei nemici, di perdono dei peccati, di riconciliazione, di un Dio misericordioso che si compiace di prendere su di sè la pecora smarrita o il viandante lasciato mezzo morto ai bordi della strada: niente sembra aver toccato veramente quella terra. Calpestata dalle legioni romane, essa ha conosciuto la dispersione del popolo d’Israele nel mondo e il suo ritorno armato, trascorsi molti secoli e dopo l’olocausto dei campi di sterminio. I pagani romani, convertiti, cedettero il passo ai cristiani e questi poi all’Islam e così, fino ai nostri giorni, a contendersi con gli ebrei una terra cara a tutti ma così difficile da condividere... Allora come oggi, dunque, la questione veramente seria per ciascuno di noi è accogliere Dio, per se stesso e nel volto del fratello, inscindibilmente; aprirsi alla sua venuta nel cuore».
«Ascoltavo in questi giorni con notevole apprensione, le vicende di Gerusalemme e dell’improvvida decisione di D. Trump di spostare lì l’ambasciata americana, riconoscendo la città capitale d’Israele - scrive monsignor Tardelli - Mentre vedevo accendersi la rabbia e gli scontri, pensavo tra me e me: son passati duemila anni da quando il Figlio di Dio è venuto ad abitare in quella terra e tutto è ancora sottosopra e non si vede la fine. Nazareth, Betlemme, Gerusalemme: quei luoghi santi che hanno visto il Verbo di Dio incarnarsi, vivere la sua vita d’uomo, morire, risorgere e salire al cielo, continuano ad essere al centro di contese e violenze. Ancora oggi, perché tali lo sono stati da sempre. Una terra che ha udito la predicazione di un Regno di giustizia e di pace, che ha sentito parlare di amore dei nemici, di perdono dei peccati, di riconciliazione, di un Dio misericordioso che si compiace di prendere su di sè la pecora smarrita o il viandante lasciato mezzo morto ai bordi della strada: niente sembra aver toccato veramente quella terra. Calpestata dalle legioni romane, essa ha conosciuto la dispersione del popolo d’Israele nel mondo e il suo ritorno armato, trascorsi molti secoli e dopo l’olocausto dei campi di sterminio. I pagani romani, convertiti, cedettero il passo ai cristiani e questi poi all’Islam e così, fino ai nostri giorni, a contendersi con gli ebrei una terra cara a tutti ma così difficile da condividere... Allora come oggi, dunque, la questione veramente seria per ciascuno di noi è accogliere Dio, per se stesso e nel volto del fratello, inscindibilmente; aprirsi alla sua venuta nel cuore».
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