Sicurezza
LA CHICAGO DI MAMET A NAPOLI
di SARA IZZO
Eviterò di indurvi a modificare l’agenda, ponendo in cima alla lista delle cose da fare lo spettacolo tratto da “American Buffalo“ di David Mamet (al Manzoni fino a domenica scorsa, ndr), pietra...
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Eviterò di indurvi a modificare l’agenda, ponendo in cima alla lista delle cose da fare lo spettacolo tratto da “American Buffalo“ di David Mamet (al Manzoni fino a domenica scorsa, ndr), pietra miliare per gli addetti ai lavori ma, per la maggior parte di noi, comuni mortali, un nome come tanti. Assolverò quindi al mio compito ascoltando la pancia e mettendo a freno l’ingombrante ragione.
Che il testo sia stato tradotto e adattato da un magistrale lavoro a più mani, si evince dalla resa scenica: siamo teletrasportati dalla Chicago del 1975 alla bottega di un rigattiere di Napoli, dove inarrivabili attori, meritatamente famosi e strapremiati, impongono un gioco implacabile e frenetico. Alla ‘puteca non puoi rivolgere lo sguardo senza rimanere ipnotizzato. E mentre indugi su ogni oggetto di quella che scopri essere abitazione, rimessa, deposito, è Don (Tonino Taiuti), il padrone di casa, che, con irrefrenabile energia, si colloca nello spazio “dentro”, anch’egli una cianfrusaglia tra le tante. Dal “fuori” arrivano Bob (Vincenzo Nemolato), il ragazzo tuttofare dove da fare non c’è proprio niente e ‘O Professore (Marco D’Amore), nevrotico, squilibrato e irrimediabilmente solo. I richiami ai litri di caffè si sprecano; le grida incomprensibili dalla strada, gli accenni di melodie della migliore tradizione partenopea che duellano con il sound americano, il linguaggio ridotto a slang e parolacce, scarnificato e osceno, sono solo alcuni ingredienti della sorprendente messinscena. «Esperienza, intelligenza, cazzimma»: questi i comandamenti di Don, perché Bob riesca a sopravvivere a ‘O Professore, alla “jungle", là fuori, dove «non ci sta niente, nonesiste niente». «Una cosa è quella che vedi, una cosa è quella che è». «La solita domanda è: “Quanto vale?”». Qualcosa doveva succedere, e non è successo; qualcuno doveva arrivare, e non è arrivato. E sull'inesorabile vuoto risuona, spudorata e irriverente, “Tu vuo’ fa l’americano”.
Che il testo sia stato tradotto e adattato da un magistrale lavoro a più mani, si evince dalla resa scenica: siamo teletrasportati dalla Chicago del 1975 alla bottega di un rigattiere di Napoli, dove inarrivabili attori, meritatamente famosi e strapremiati, impongono un gioco implacabile e frenetico. Alla ‘puteca non puoi rivolgere lo sguardo senza rimanere ipnotizzato. E mentre indugi su ogni oggetto di quella che scopri essere abitazione, rimessa, deposito, è Don (Tonino Taiuti), il padrone di casa, che, con irrefrenabile energia, si colloca nello spazio “dentro”, anch’egli una cianfrusaglia tra le tante. Dal “fuori” arrivano Bob (Vincenzo Nemolato), il ragazzo tuttofare dove da fare non c’è proprio niente e ‘O Professore (Marco D’Amore), nevrotico, squilibrato e irrimediabilmente solo. I richiami ai litri di caffè si sprecano; le grida incomprensibili dalla strada, gli accenni di melodie della migliore tradizione partenopea che duellano con il sound americano, il linguaggio ridotto a slang e parolacce, scarnificato e osceno, sono solo alcuni ingredienti della sorprendente messinscena. «Esperienza, intelligenza, cazzimma»: questi i comandamenti di Don, perché Bob riesca a sopravvivere a ‘O Professore, alla “jungle", là fuori, dove «non ci sta niente, nonesiste niente». «Una cosa è quella che vedi, una cosa è quella che è». «La solita domanda è: “Quanto vale?”». Qualcosa doveva succedere, e non è successo; qualcuno doveva arrivare, e non è arrivato. E sull'inesorabile vuoto risuona, spudorata e irriverente, “Tu vuo’ fa l’americano”.
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