Il Tirreno

Pistoia

femminicidi

Le urla di Lamiae condannano il suo carnefice

di Massimo Donati
Le urla di Lamiae condannano il suo carnefice

Pistoia, le motivazioni della sentenza del delitto di Sammommè: volontarietà e crudeltà, ma la confessione è stata fondamentale

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PISTOIA. «Ti prego fare presto, lui vuole aprire bombola del gas... Chiama qualcuno, anche un’ambulanza, ha tagliato mia mano, ti prego... No, ti prego, mamma nooo, ti prego, aiutooo... Aiutoooo, aiutooo, aiutooo, aiutooo, aiutooo, aiutooo, aiutooo, aiutooo... Ha acceso il fuoco, aiutooo... Ti prego, fare presto, ha acceso il fuoco, chiama anche vigili del fuoco, per piacere... Ti prego». Poi, più nulla.

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Stanno praticamente tutte qui le motivazioni della sentenza. Nelle registrazioni delle telefonate – cinque – in cui, in un italiano difficilmente comprensibile, Lamiae Chriqui chiedeva disperatamente aiuto ai carabinieri, poco prima di perire fra il fumo e le fiamme dell’incendio appiccato dal suo assassino. Urla di terrore e invocazioni che per il gup del tribunale – che lo scorso 16 novembre lo ha condannato a 20 anni di reclusione – dimostrano come Afzal Hussain abbia agito sia con la volontà di uccidere che con consapevole crudeltà. Un’aggravante, quest’ultima, giudicata equivalente all’attenuante della confessione, senza la quale, secondo il giudice dell’udienza preliminare, l’imputato – in un processo per rito abbreviato qual è stato quello celebrato davanti a lui – non avrebbe potuto essere condannato al di là di ogni ragionevole dubbio.

L’atroce femminicidio per il quale lunedì 11 dicembre il gup del tribunale di Pistoia Alessandro Buzzegoli ha depositato le motivazioni della sua decisione è quello avvenuto a Sammommè nel pomeriggio del 6 ottobre 2016. Vittima, la 28enne di orgini marocchine Lamiae Chriqui, che nella frazione collinare viveva da qualche anno con il marito. Imputato, il 30enne profugo pakistano Afzal Hussain, amico di famiglia, ospite con altri richiedenti asilo in un albergo del paese: dopo averla aggredita nella sua abitazione (prima a mani nude e poi con un coltello), con una bombola di gas piazzata davanti alla porta del bagno, dove la giovane donna si era rifugiata, aveva appiccato l’incendio che l’aveva uccisa.

Il reato. Hussain era accusato di omicidio volontario. Lui stesso aveva confessato, ai poliziotti prima e al magistrato poi, di aver ucciso la donna. E averlo fatto appiccando «il fuoco spostando la bombola del gas dinanzi alla stanza in cui aveva trovato rifugio la povera vittima che invocava disperatamente aiuto per telefono descrivendo bene l’azione omicida che stava compiendo l’imputato, è evidente come si sia trattato di un omicidio volontario» spiega il gup. E non, quindi, di un omicidio colposo, come sostenuto dalla difesa.

Le aggravanti. Per il gup l’aggravante dei futili motivi non è provata. In quanto, così come ritenuto dal pm, «non è provato in modo certo cosa abbia fatto scattare prima la discussione e poi, in un drammatico crescendo, l’aggressione fisica e l’incendio finale». Si possono avanzare solo ipotesi: dalle avanches respinte, alla volontà dell’imputato di riavere dalla donna i propri documenti di identità.

Provata invece l’aggravante della crudeltà: «Meglio di ogni altro discorso – spiega il gup – è documentata dalle drammatiche invocazioni di aiuto telefoniche». E ancora: «In una prima fase prevale il dolo d’impeto... Accecato dalla violenza aggredisce la vittima procurandole anche la grave ferita al dito e la costringe terrorizzata a chiudersi in bagno. Qui vi è la cesura, non solo temporale ma soprattutto nella modalità dell’azione e nella quale si manifesta la crudeltà dell’agire dell’imputato». Hussain, infatti, avrebbe potuto sfondare facilmente la porta, ma «lucidamente», e «perfettamente conscio di quale sarebbe stata la sua fine, appicca il fuoco facendo uscire il gas dalla bombola», andando «ben oltre la prosecuzione di un’azione violenta» e rivelando «in tal modo una sua particolare malvagità».

La confessione. Così come ritenuto dal pm, il gup ha spiegato che, sebbene alcune testimonianze avessero già indirizzato le indagini della polizia verso di lui, dovendo immaginare di «dover decidere l’abbreviato in assenza della confessione, la sua colpevolezza difficilmente si sarebbe potuta affermare al di là di ogni ragionevole dubbio». Dubbio che la difesa avrebbe potuto facilmente instillare. Una confessione, quindi, che vale il riconoscimento delle attenuanti generiche, che, però, vista la estrema gravità del reato, devono essere considerate soltanto equivalenti rispetto all’aggravante della crudeltà.

La pena. Partendo dal massimo della pena previsto per l’omicidio volontario (ergastolo), il gup ha perciò definito la pena finale in 20 anni di reclusione: 24 anni per l’equivalenza di aggravante e attenuante; più il massimo della pena possibile in questo caso per l’incendio doloso, così da arrivare a 30; meno lo sconto di un terzo previsto dalla legge per chi chiede il processo per rito abbreviato.
 

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