Il Tirreno

Pistoia

LA DIFFERENZA TRA LA FAMA E LA GLORIA

di AURORA BELLUCCI*

La fama della televisione o la gloria del teatro? Non è certo facile scegliere tra un sicuro e lauto compenso e il ruolo più agognato, ma anche temuto, da ogni attore: Amleto.È questa la decisione...

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La fama della televisione o la gloria del teatro? Non è certo facile scegliere tra un sicuro e lauto compenso e il ruolo più agognato, ma anche temuto, da ogni attore: Amleto.

È questa la decisione che Andrew Rally (Gabriel Garko, che è anche il produttore dello spettacolo), giovane attore trasferitosi da poco a New York , dovrà prendere (in “Odio Amleto”, andato in scena al teatro Manzoni) quando, dopo una seduta spiritica, gli appare il fantasma di John Barrymore (Ugo Pagliai, già sul palco a Pistoia la scorsa estate in “Il vangelo secondo Judah”), ddefunto proprietario della casa che Rally ha appena affittato e grande attore shakesperiano, venuto per aiutarlo a cogliere l’essenza del personaggio del grande autore inglese.

Aspro sarà inizialmente lo scontro tra i due. Da una parte Barrymore, impegnato a rivivere le passate glorie, dall’altro Rally che cerca di mettere insieme i pezzi della propria vita e dei propri affetti: una fidanzata che ama, ma con la quale non riesce a raggiungere una dimensione affettiva più matura di quella di due bambini, una manager (Paola Gassman), ma soprattutto un’amica, che non vuole confessargli il suo vero stato di salute, e un amico che cerca di trascinarlo verso il facile e rapido successo della televisione. Così, in una coinvolgente atmosfera carica di ironia e pathos (le scene e i costumi sono di Carlo De Marino, le musiche di Antonio Di Pofi), Alessandro Benvenuti (alla regia) mette in scena lo scontro tra onore e popolarità, tra vecchio e nuovo, mentre i due protagonisti, anche se lontani nel tempo e nello spazio, iniziano ad avvicinarsi sempre di più e a rivedere se stesso nell’altro, le proprie paure e i propri difetti. E quando finalmente Andrew si decide ed interpreta Amleto, dopo sei settimane di prove guidato dai consigli di Barrymore, la sua interpretazione non lascia soddisfatta la critica. Né lui. L’attore cade allora nello sconforto fino a pensare di abbandonare la propria carriera.

Ma qualcosa è cambiato. Dopo un attimo in cui era riuscito a catturare l’attenzione del pubblico, ad infondere vera emozione nelle parole di Shakespeare, ad essere Amleto, riesce finalmente a cogliere cosa significhi fare teatro e quale sia la sottile, ma infinita, differenza tra la fama, effimera, e la gloria, eterna.

Ciò porta lo spettatore a riflettere su come si stia trasformando il teatro e, in primo luogo, il suo pubblico, e come il primo si adatti al secondo e viceversa; su quali siano gli attori che ricercano la gloria, piuttosto che la fama, e se in futuro gli uni prevarranno sugli altri o il contrario; su come i grandi classici rimangano intramontabili, ma sempre più rimpiazzati da prodotto del mercato, e non dell’arte.

La scena diventa così un perfetto connubio tra serietà e ironia, tra critica e apprezzamento, tra presente e passato, permettendo allo spettatore di calarsi completamente in essa.

*Studentessa del liceo Niccolò Forteguerri di Pistoia

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