Lutto
Profughi e spaccio: tolleranza zero per chi infrange le regole
Pistoia: nessun “caso” secondo i responsabili dei centri di accoglienza che però invitano a educare e vigilare
PISTOIA. Migranti e spaccio di hashish e marijuana: nessun “caso Pistoia”. A dirlo chiaramente, dopo la scia di polemiche scaturite dalla notizia degli otto arresti di profughi nelle ultime due settimane in piazza della Resistenza (tra questi anche tre ospiti di altrettanti Centri di accoglienza in provincia), sono alcuni dei responsabili di Cas e Sprar del territorio pistoiese che, contattati dal Tirreno, raccontano le difficoltà quotidiane del fare buona accoglienza.
«È difficile valutare il fenomeno spaccio – spiega Fabiano Pesticcio, presidente della cooperativa Gruppo Incontro del consorzio Co&so – ma prima di parlare di un “caso Pistoia”, bisognerebbe analizzare a fondo la situazione».
«Altrimenti – rilancia Silvia Bini, presidente dell’associazione Arci Madiba Onlus – associando il fenomeno della spaccio solo a quello dei migranti si strumentalizza la situazione e si rischia di risultare ipocriti».
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Perché lo spaccio e la microcriminalità a Pistoia, come a Prato e Firenze, solo per citare territori vicini, sono sempre stati fenomeni costanti. Secondo Pesticcio, tra i principali “fattori di rischio” che facilitano l’avvicinamento di alcuni richiedenti asilo alla rete della microcriminalità ci sono la scarsa propensione ad aderire alle regole previste dal contratto di accoglienza (documento del ministero dell’Interno che ciascun migrante firma al momento dell’ingresso in un centro di accoglienza e in cui sono definite le norme da seguire, pena la fuoriuscita dal sistema di accoglienza) e i tempi di attesa lunghissimi per avere risposte circa l’ottenimento o meno dello status di rifugiato. Un periodo che, talvolta, supera anche i due anni e che lascia le persone in una sorta di limbo che, in certi casi, può incentivare anche derive di comportamenti illeciti.
«Quello che noi, come operatori, cerchiamo di fare per arginare rischi del genere – spiega ancora il presidente del Gruppo Incontro – è lavorare sull’integrazione, sulla promozione di lavori socialmente utili e sulla formazione professionale, in modo tale che i ragazzi siano sempre impegnati. Il nostro personale garantisce un controllo continuo nelle strutture, ed è formato per intercettare eventuali disagi o situazioni sospette. Così che, alle prime avvisaglie, si possa intervenire per bloccare sul nascere fenomeni di adesione alla microcriminalità».
Così come, in caso di scoperta di attività illecite, è altrettanto importante denunciare subito il comportamento illecito alla prefettura.
«Difronte a chi infrange le regole dell’accoglienza non si può essere tolleranti o cercare giustificazioni. Le regole ci sono e devono essere rispettate».
E proprio per capire come intervenire e arginare rischi del genere, Pesticcio lancia l’idea di un “osservatorio permanente”. Una sorta di tavolo intorno al quale siedano tutti i soggetti coinvolti nella gestione dell’accoglienza, che si intreccia anche con la questione sicurezza: dalla prefettura al Comune, passando per gli operatori dei Cas e degli Sprar, fino alle forze dell’ordine. Così che, nel caso specifico dello spaccio, si possa collaborare su come analizzare il fenomeno, per esempio intercettando le modalità e i luoghi in cui vengono “ingaggiati” gli spacciatori, così da mettere in campo azioni di contrasto al fenomeno.
«Per evitare certi rischi – spiega Silvia Bini – è importante mettere in campo una serie di strategie di prevenzione legate, in primis, a informare ed educare alla legalità. Queste persone arrivano da paesi con culture e abitudini profondamente lontane dalle nostre, ed è fondamentale che vengano subito informate sulle leggi italiane e su cosa comporti la loro violazione. Ci sono tanti piccoli segnali che possono mettere in guardia noi operatori da pericoli più o meno grandi. Per esempio, fare caso a certe fragilità e disagi che possono manifestare i ragazzi, oppure monitorare i soldi che hanno a disposizione».
Ogni migrante, infatti, ha un budget di 2,5 euro al giorno. Se, improvvisamente, si nota una certa disponibilità economica, potrebbe trattarsi di lavoro al nero, o magari spaccio.
«In questi casi – conclude Bini – è fondamentale intervenire subito. E il dialogo continuo con i ragazzi è un elemento imprescindibile per monitorare il loro stato d’animo».
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