Sicurezza
Femminicidio di Sammommè: chiesti 16 anni
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L'imputato viene portato in tribunale (foto Gori)Pistoia, la requisitoria del pm al processo per la morte della giovane Lamiae
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PISTOIA. Sedici anni di reclusione: è questa la pena che, al termine della sua requisitoria, il pm Giuseppe Grieco ha chiesto nella mattinata di oggi, martedì 7 novembre, nei confronti di Afzal Hussain, il 30enne profugo pakistano accusato di aver ucciso, dando fuoco alla stanza in cui si era rifugiata, Lamiae Chriqui, 28 anni. Una pena che è il risultato dello sconto di un terzo dovuto per la celebrazione del processo con il rito abbreviato e anche del fatto che per il pubblico ministero le attenuanti generiche concesse per la confessione resa dall’imputato a suo tempo devono essere considerate equivalenti alle aggravanti contestate: crudeltà e futili motivi.
Il giudice dell’udienza preliminare Alessandro Buzzegoli pronuncerà la sua sentenza il prossimo 16 novembre.
Lamiae Chriqui, 28 anni, di origini marocchine, abiatva col marito a Sammomè. Fu uccisa il 6 ottobre 2016. Sua uUnica colpa, secondo gli inquirenti, quella di non aver ceduto alle avanche di quell’uomo che lei e il marito consideravano un amico. Huassin aveva scatenato la sua furia, quando, dopo essere stato respinto, aveva aggredito la giovane donna. Prima picchiandola ripetutamente al volto, poi accoltellandola ad una mano, amputandole un dito. Lamiae si era difesa con le unghie, graffiandolo, ed era riuscita a divincolarsi e a rifugiarsi in bagno. E a chiudersi dentro a chiave: una trappola in cui, da lì a poco, sarebbe morta asfissiata. Accecato dalla rabbia, Hussain aveva preso la bombola del gas che si trovava in cucina, l’aveva piazzata davanti alla porta del bagno, aveva aperto il rubinetto e aveva appiccato il fuoco con l’accendino. Scappando in strada prima che l’abitazione si trasformasse in un inferno.
Il giudice dell’udienza preliminare Alessandro Buzzegoli pronuncerà la sua sentenza il prossimo 16 novembre.
Lamiae Chriqui, 28 anni, di origini marocchine, abiatva col marito a Sammomè. Fu uccisa il 6 ottobre 2016. Sua uUnica colpa, secondo gli inquirenti, quella di non aver ceduto alle avanche di quell’uomo che lei e il marito consideravano un amico. Huassin aveva scatenato la sua furia, quando, dopo essere stato respinto, aveva aggredito la giovane donna. Prima picchiandola ripetutamente al volto, poi accoltellandola ad una mano, amputandole un dito. Lamiae si era difesa con le unghie, graffiandolo, ed era riuscita a divincolarsi e a rifugiarsi in bagno. E a chiudersi dentro a chiave: una trappola in cui, da lì a poco, sarebbe morta asfissiata. Accecato dalla rabbia, Hussain aveva preso la bombola del gas che si trovava in cucina, l’aveva piazzata davanti alla porta del bagno, aveva aperto il rubinetto e aveva appiccato il fuoco con l’accendino. Scappando in strada prima che l’abitazione si trasformasse in un inferno.
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