Il Tirreno

Pistoia

«Maltrattamenti sui ragazzi disabili»

La vecchia sede della Fondazione Maic in via San Biagio, dove nel 2015 sarebbero avvenuti i fatti contestati
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La vecchia sede della Fondazione Maic in via San Biagio, dove nel 2015 sarebbero avvenuti i fatti contestati

Pistoia, ex educatrice della Maic sotto accusa dopo la denuncia di una tirocinante. In caso di condanna la Fondazione dovrà risarcire

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PISTOIA. Pizzicotti e schiaffi sulle mani, ma anche urla e costrizioni fisiche e psicologiche di vario genere. Come quella bottiglietta d’acqua rovesciata in testa a uno dei giovani ospiti ritenuto un po’ troppo agitato. Con l’accusa di maltrattamenti, la procura di Pistoia ha chiesto il rinvio a giudizio di una ex educatrice della Fondazione Maic (l’ex Aias), in servizio, all’epoca dei fatti contestati, in uno dei gruppi che si occupa di adolescenti disabili con gravi patologie nella struttura di via San Biagio.

Martedì mattina, 24 ottobre, davanti al gup del tribunale, si è aperta l’udienza preliminare, nel corso della quale si sono costituite parti civili le famiglie di 3 dei 4 ragazzi che sarebbero stati maltrattati. I loro legali – gli avvocati Pamela Bonaiuti e Samuel Stampigli, del foro di Prato – hanno chiesto ed ottenuto che nell’eventuale processo si chiamata in giudizio, in veste di responsabile civile, la stessa Fondazione Maic, che, quindi, in qualità di datore di lavoro, in casa di condanna dovrà risarcire i danni in solido con l’imputata. Il prossimo 7 dicembre è prevista la discussione, al termine della quale il giudice dell’udienza preliminare, Alessandro Buzzegoli, deciderà se rinviare o meno a giudizio l’ex educatrice.

La 38enne aglianese fu iscritta nel registro degli indagati dopo che una psicologa che aveva appena terminato il proprio tirocinio alla Maic si era presentata in questura per denunciare i comportamenti, secondo lei inadeguati, tenuti dalla ex educatrice nei mesi in cui aveva lavorato insieme a lei, dal marzo al settembre 2015. E aveva raccontato agli investigatori della Mobile che durante la sua permanenza nel gruppo che si occupa di adolescenti e giovani con gravi patologie cognitive, comportamentali, psichiche o neuromotorie, aveva potuto constatare con i propri occhi il comportamento «aggressivo e non consono alla sua qualifica» dell’allora educatrice. Scopo del diurno sarebbe stato quello di stimolare i ragazzi e far trascorre loro un po’ di tempo con varie attività, ma la tirocinante aveva spiegato ai poliziotti che l’ex educatrice – che decideva anche le linee di comportamento delle altre colleghe del gruppo – sosteneva che era inutile proporre attività, anche elementari, ai pazienti, perché altrimenti si sarebbero agitati: l’unico modo di far passare il tempo era quello, secondo lei, di costringerli a stare fermi sulle sedie senza nessuno stimolo.

E per farli stare fermi, l’educatrice sarebbe stata solita ricorrere a urla e strattonamenti vari. E anche a violenze fisiche, come pizzicotti e schiaffi sulle mani.

La ex tirocinante aveva raccontato che tutto questo lo aveva segnalato alla propria tutor, che però aveva minimizzato i fatti: non si doveva spaventare perché negli altri gruppi accadeva anche di peggio e doveva comprendere che quel lavoro portava allo sfinimento.

Iniziate le indagini, le accuse erano state confermate da un’altra tirocinante, che, di fronte a quei maltrattamenti, aveva anche chiesto il trasferimento: «Prendeva con forza i ragazzi per metterli sulle sedie o per impedirgli di uscire dalla stanza, oppure li colpiva con degli schiaffi sul dorso delle mani quando prendevano un oggetto che secondo lei non dovevano prendere...». Per calmare un ragazzo down, aveva raccontato alla polizia, «lo prese dalla sedia e lo buttò a terra e, presa una bottiglietta d’acqua, gli versò il contenuto sulla testa per farlo calmare».

Anche lei fece una segnalazione alla tutor, ma a suo dire, senza esito.

Massimo Donati
 

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