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Pistoia

L’opera rimasta ignota per quasi due secoli

Per quasi due secoli l’opera di Ippolito Desideri è rimasta ignota agli studiosi. Le cause vanno rintracciate anzitutto “nella disputa coi Cappuccini - spiega Enzo G. Bargiacchi, autore di libri e...

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Per quasi due secoli l’opera di Ippolito Desideri è rimasta ignota agli studiosi. Le cause vanno rintracciate anzitutto “nella disputa coi Cappuccini - spiega Enzo G. Bargiacchi, autore di libri e studi su Ippolito Desideri e tra i principali fautori della diffusione dell’opera del missionario gesuita– In secondo luogo ci furono ragioni internazionali, legate al dominio degli inglesi che volevano apparire come gli unici titolari della conoscenza dell’area”. Desideri fu un autore prolifero. Risalgono al periodo tibetano l’elaborazione di scritti in lingua locale che potrebbero essere inquadrati come un tentativo di “dialogo tra religioni” ante litteram. La sua opera più famosa è la Relazione sul Tibet. Capita l’importanza del suo lavoro e che gli sarebbe stato impedito di pubblicare qualsiasi cosa sull’argomento, il missionario gesuita ne fece pervenire una copia al fratello Giuseppe. Ed è grazie a questa copia si deve il primo recupero della memoria intorno al padre gesuita: il manoscritto, infatti, riemerse dalla collezione Rossi Cassigoli a metà dell’Ottocento. La prima voce autorevole a parlarne nel 1876 fu l’orientalista Carlo Puini in un suo articolo uscito sul Bollettino italiano degli studi orientali. La strada è però ancora lunga. La prima versione integrale della relazione uscì in inglese nel 1932 grazie allo scienziato storico e esploratore Filippo de Filippi mentre si deve attendere la metà degli anni Cinquanta per la prima versione italiana. Dopodiché è stato tutto un fiorire di ricerche e studi a livello internazionale – da ricordare l’edizione di Luciano Petech - e nei più svariati campi: dalla scienza alla filosofia, dall’antropologia alla storia, solo per citarne alcuni. (a.t.)



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