Sicurezza
Rito abbreviato per l’omicidio di Lamiae
Subito il processo: spera nello sconto di pena il pakistano accusato di aver bruciato viva la 28enne che lo aveva respinto
PISTOIA. Ha scelto il processo per rito abbreviato, direttamente davanti al giudice dell’udienza preliminare. In modo da poter usufruire, in caso di condanna, dello sconto di pena previsto dalla legge. Una scelta quasi obbligata vista la confessione resa a suo tempo al pubblico ministero. Fatto sta che dal carcere in cui si trova dal 7 ottobre dello scorso anno sarà scortato questa mattina in tribunale a Pistoia Afzal Hussain, 30enne profugo pakistano, accusato di aver ucciso, dando fuoco alla stanza in cui si era rifugiata, Lamiae Chriqui, 28 anni. Unica colpa della giovane donna di origini marocchine era stata, secondo gli inquirenti, quella di non aver ceduto alle avanche di quell’uomo che lei e il marito consideravano un amico.
L’imputazione è di omicidio volontario aggravato: secondo il pm Giuseppe Grieco, Hussain aveva ucciso per motivi abietti, e la sera del 6 ottobre 2016 lo aveva fatto in un modo che aveva causato atroci sofferenze. L’imputato è accusato anche di incendio doloso.
Teatro dell’agghiacciante tragedia, il piccolo paesino collinare di Sammommè. Dove Hussain era arrivato a metà settembre, ospite nell’albergo Arcobaleno di Sammommè. Lì non aveva legato in modo particolare con gli altri richiedenti asilo, mentre aveva stretto amicizia con Lamiae Chriqui e Jamal Mouttadakkil, 48 anni, moglie e marito marocchini, in Italia ormai da diversi anni e come lui musulmani. Il trentenne pakistano portava ogni tanto qualche pasto destinato ai profughi dell’albergo a casa della coppia, e Mouttadakkil si faceva dare da lui una mano a raccogliere e scaricare il ferro, occupazione da cui il giovane ricavava qualche spicciolo da spendere in città. Nelle ore trascorse nella casa di via Valdi e Sammommè, in Hussain era però maturata una passione che Lamiae non poteva e non voleva corrispondere. Una passione che – in base alla ricostruzione degli investigatori della Squadra mobile e della procura – il 6 ottobre 2016 aveva scatenato la sua furia, quando, dopo essere stato respinto, aveva aggredito la giovane donna. Prima picchiandola ripetutamente al volto, poi accoltellandola ad una mano, quasi amputandole un dito.
Lamiae si era difesa con le unghie, graffiandolo, ed era riuscita a divincolarsi e a rifugiarsi in bagno. E a chiudersi dentro a chiave: una trappola in cui, da lì a poco, sarebbe morta asfissiata. Con il cellulare, era riuscita sì a comporre il numero dei carabinieri, per chiedere aiuto, ma le parole le erano uscite di bocca troppo velocemente, in un italiano alterato dal terrore e dalla non perfetta padronanza della lingua: «Aiuto, aiuto, mi ha tagliato un dito». Una telefonata che non l’aveva salvata ma che si era poi rivelata fondamentale per mettere gli inquirenti sulla pista giusta.
Nel frattempo, accecato dalla rabbia, Afzal Hussain aveva preso la bombola del gas che si trovava in cucina, l’aveva piazzata davanti alla porta del bagno, aveva aperto il rubinetto e aveva appiccato il fuoco con l’accendino. Puntando il getto di fiamma contro la porta in legno. E scappando in strada prima che l’abitazione si trasformasse in un inferno. Credendo di passare inosservato: una vicina di casa l’aveva visto – e poi riconosciuto – e anche un profugo ospite dell’albergo.
Hussain inoltre aveva anche provato a sviare i sospetti dalla sua persona: era stato lui a telefonare al marito della sua vittima, a dirgli che la casa stava andando a fuoco. E aveva finto di prendere parte ai soccorsi. Contraddizioni, testimonianze, i graffi sul corpo causati dalla giovane donna nel tentativo di difendersi... Afzal Hussain, inizialmente sentito dalla polizia come persona informata sui fatti, si era poi trasformato in sospettato di omicidio. Ed era stato arrestato dopo ore di interrogatorio davanti al capo della Mobile, Antonio Fusco.
Dopo un’iniziale confessione poi ritrattata davanti al gip e rinnovata in un successivo interrogatorio davanti al pm. In cui aveva sostenuto di aver perso la testa perché Lamiae non gli voleva rendere il passaporto che, a suo dire, gli aveva “confiscato” per via di un debito. Una menzogna, secondo la procura.
Oggi, il processo per rito abbreviato davanti al gup Alessandro Buzzegoli, in cui si è costituito parte civile il marito della giovane vittima, rappresentato dall’avvocata Pamela Bonaiuti. L’imputato è invece difeso dall’avvocata Chiara del Mattè, del foro di Firenze.
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