Il Tirreno

Pistoia

Bertinelli fatto fuori dal suo stesso partito

Bertinelli fatto fuori dal suo stesso partito

L’ex segretario comunale analizza la sconfitta: 1.760 elettori Pd al secondo turno hanno votato Tomasi

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PISTOIA. È stata una parte del suo stesso partito, il Pd, a far fuori Samuele Bertinelli. La clamorosa tesi la racconta e cerca di documentarla con cifre e analisi elettorali Alessandro Giovannelli, nella lunga (21 pagine) relazione all’assemblea comunale del 18 luglio a Pontelungo, che lo stesso Giovannelli ha reso pubblica. Una assemblea convocata dopo la storica sconfitta del 25 giugno alle elezioni comunali, vinte dal centrodestra, e che si è conclusa – lo ricordiamo – con le sue irrevocabili dimissioni e la nomina, al suo posto, di un “triumvirato” che reggerà il partito nei prossimi mesi.

Una relazione rilevante, quella di Giovannelli, non solo perché proviene dal principale responsabile locale del partito, ma perché Giovannelli è sempre stato uomo molto vicino a Bertinelli.

Giovannelli parte dalla constatazione che Pistoia non è diventata una città di destra. Lo dice – a suo parere – la somma dei voti raccolti dai quattro candidati sindaci dell’area di centrosinistra al primo turno, cioè il 57,1%. Il fatto è che metà degli elettori al primo turno di Ginevra Lombardi e oltre la metà di quelli di Roberto Bartoli (Giovannelli si basa sugli studi dell’Istituto Cattaneo e del Centro italiano studi elettorali della Luiss di Roma) hanno scelto di convergere sul candidato di centrodestra, Tomasi. Giovannelli prende di mira soprattutto le responsabilità di Bartoli, membro dell’assemblea nazionale, di quella regionale e della segreteria provinciale fino a che, ad aprile, non ha lasciato (per la seconda volta) il Pd e si è candidato sindaco dando vita a due liste civiche che hanno preso più dell’11%.

Ma quello che brucia di più, come detto, sono i voti persi da Bertinelli all’interno del Pd tra primo e secondo turno. Sempre con l’appoggio degli studi dei flussi elettorali, Giovannelli sottolinea che ci sono stati circa 1.760 elettori che dopo aver sostenuto Bertinelli al primo turno, hanno scelto Tomasi al ballottaggio. Folgorati sulla via di Damasco dal candidato di centrodestra? No, secondo l’ex segretario comunale la spiegazione è un’altra: «Un pezzo del Pd che male ha digerito, sostanzialmente da sempre, Samuele Bertinelli e la sua amministrazione, ha deciso alla luce del risultato del primo turno, di provare a dargli una definitiva spallata».

Uno scontro che non si è concretizzato alle elezioni ma che durava da tempo. «Nel mentre si faticava in città a sentire la voce del centrodestra o del M5S – sottolinea Giovannelli – l’unica vera opposizione all’amministrazione comunale, pretestuosa e organizzata, era nel Pd».

Un bombardamento di Palazzo di Giano risoltosi nel «maldestro e autolesionistico tentativo di non consentire a questo sindaco, così severo, intransigente, così libero dai condizionamenti di questa o quella conventicola, a suo modo atipico nel panorama degli amministratori pubblici del nostro partito, di fare un secondo mandato».

La relazione si sofferma anche sulle responsabilità di Bertinelli, ma per quelle rimanda al “mea culpa” che lo stesso ex sindaco recitò tra primo turno e ballottaggio, quando confessò di essersi speso esclusivamente nell’affrontare i problemi amministrativi, perdendo un po’il contatto con la comunità di Pistoia.

Infine, le responsabilità dello stesso Giovannelli e degli altri dirigenti del partito, che non sono riusciti a garantire un sostegno compatto al sindaco uscente né ad aiutarlo ad intercettare il crescente malessere di parte della città nei suoi confronti. Di qui la decisione delle dimissioni irrevocabili, inizio di un cammino lungo e duro, per riconquistare tra cinque anni Pistoia e riprendere quell’evoluzione virtuosa che l’amministrazione Bertinelli ha potuto solo iniziare.

Fabio Calamati



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