Sicurezza
«Quindici anni per riavere il bosco»
di Alessandra Tuci
Incendio di Montale, parla l’esperto: devastato l’ecosistema. Necessario intervenire rapidamente con la selvicoltura
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MONTALE. Non solo il fuoco, le fiamme, il vento incessante. L’incendio non è solo questo. È anche la vegetazione che purtroppo non ci sarà più e che impiegherà molti anni per ricrescere. I boschi sempre meno folti e gli animali che purtroppo sono stati vittime di questa disgrazia e quelli rimasti che non troveranno più il proprio habitat. Il fuoco distrugge proprio tutto.
A parlare dei danni derivanti dall’incendio su flora e fauna è Ariberto Merendi, ex dirigente Servizio Ambiente della Provincia di Pistoia in pensione da un paio danni e dottore forestale. «Come osservatore esterno più che da professionista intanto vorrei fare una premessa –dice– posso dire che tutti quelli che hanno operato hanno fatto un lavoro grandissimo, encomiabile. Questa volta l’incendio è stato davvero devastante, oltre alle condizioni metereologiche pessime come il vento forte che non ha fatto altro che alzare le fiamme, difficili da placare anche con gli elicotteri».
«Dopo di che posso dire che, per quanto riguarda gli animali, l’incendio è un disastro, una calamità terribile. Vengono distrutte la micro fauna e anche la fauna maggiore. Scoiattoli e tassi sono le prime vittime delle fiamme perché difficilmente riescono a fuggire. I cervi spesso riescono a scappare, fanno salti anche di due metri. Gli ungulati dovrebbero cavarsela, a meno che non rimangano circondati dalle fiamme e in quel caso la fuga è pressoché impossibile». Oltre agli animali una tragica sorte si abbatte anche sulla flora. «Secondo me anche questa subisce un danno enorme sia per l’ecosistema forestale sia per tutto ciò che riguarda la possibilità di recupero. L’incendio, inoltre, ha interessato una superficie troppo vasta ed è difficile che l’erba riesca a ricrescere prima dei temporali di fine estate, come quelli che in genere scoppiano a fine agosto. Ecco che ad essere danneggiata è la vegetazione erbacea. Anche l’erba infatti ha una funzione indispensabile di “trattenimento” della terra e se manca, dunque, il rischio di frane e dissesto idrogeologico sono più tangibili, soprattutto in un’area di forte pendenza come quella su cui si è esteso l’incendio».
La speranza, a detta di Merendi, è che i temporali siano sporadici e che si limitino solo a qualche leggera pioggerella: solo in questo modo, forse, il terreno riuscirebbe a trattenerla. «Per quanto riguarda la vegetazione arborea la situazione è ugualmente poco rosea. La zona è ricca di pini marittimi: è necessario intervenire rapidamente con la selvicoltura cercando di contenere il rischio idrogeologico con sistemi di ingegneria naturalistica. Ma, ripeto, gli interventi devono essere sbrigativi: ad esempio prendere tronchi e rami semi-carbonizzati e metterli perpendicolari alla pendenza del suolo in modo da trattenere l’acqua. Poi occorre ridurre al massimo le conifere e aspettare che le latifoglie si rinnovino: questo può essere fatto tagliando tutto ciò che c’è di bruciato. Ma prima che ricresca il bosco ci vorranno minimo 15 anni».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
A parlare dei danni derivanti dall’incendio su flora e fauna è Ariberto Merendi, ex dirigente Servizio Ambiente della Provincia di Pistoia in pensione da un paio danni e dottore forestale. «Come osservatore esterno più che da professionista intanto vorrei fare una premessa –dice– posso dire che tutti quelli che hanno operato hanno fatto un lavoro grandissimo, encomiabile. Questa volta l’incendio è stato davvero devastante, oltre alle condizioni metereologiche pessime come il vento forte che non ha fatto altro che alzare le fiamme, difficili da placare anche con gli elicotteri».
«Dopo di che posso dire che, per quanto riguarda gli animali, l’incendio è un disastro, una calamità terribile. Vengono distrutte la micro fauna e anche la fauna maggiore. Scoiattoli e tassi sono le prime vittime delle fiamme perché difficilmente riescono a fuggire. I cervi spesso riescono a scappare, fanno salti anche di due metri. Gli ungulati dovrebbero cavarsela, a meno che non rimangano circondati dalle fiamme e in quel caso la fuga è pressoché impossibile». Oltre agli animali una tragica sorte si abbatte anche sulla flora. «Secondo me anche questa subisce un danno enorme sia per l’ecosistema forestale sia per tutto ciò che riguarda la possibilità di recupero. L’incendio, inoltre, ha interessato una superficie troppo vasta ed è difficile che l’erba riesca a ricrescere prima dei temporali di fine estate, come quelli che in genere scoppiano a fine agosto. Ecco che ad essere danneggiata è la vegetazione erbacea. Anche l’erba infatti ha una funzione indispensabile di “trattenimento” della terra e se manca, dunque, il rischio di frane e dissesto idrogeologico sono più tangibili, soprattutto in un’area di forte pendenza come quella su cui si è esteso l’incendio».
La speranza, a detta di Merendi, è che i temporali siano sporadici e che si limitino solo a qualche leggera pioggerella: solo in questo modo, forse, il terreno riuscirebbe a trattenerla. «Per quanto riguarda la vegetazione arborea la situazione è ugualmente poco rosea. La zona è ricca di pini marittimi: è necessario intervenire rapidamente con la selvicoltura cercando di contenere il rischio idrogeologico con sistemi di ingegneria naturalistica. Ma, ripeto, gli interventi devono essere sbrigativi: ad esempio prendere tronchi e rami semi-carbonizzati e metterli perpendicolari alla pendenza del suolo in modo da trattenere l’acqua. Poi occorre ridurre al massimo le conifere e aspettare che le latifoglie si rinnovino: questo può essere fatto tagliando tutto ciò che c’è di bruciato. Ma prima che ricresca il bosco ci vorranno minimo 15 anni».
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