Gioco
«Con Charlie la negazione di ogni umanità»
Il vescovo Tardelli interviene attraverso Fb sul caso del neonato inglese a cui verrà “staccata la spina”
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PISTOIA. «No. Non posso tacere. Quello che è stato deciso per il piccolo Charlie e contro i suoi genitori è la negazione di ogni umanità. Una società così non la voglio».
Monsignor Fausto Tardelli è uno dei pochi vescovi italiani – a ieri pomeriggio l’unico – che ha voluto esprimere il proprio disagio, la sensazione di amarezza e frustrazione per la decisione del Great Ormond Street Hospital di staccare le macchine che tengono in vita il piccolo Charlie Gard, 10 mesi, affetto da una malattia genetica rarissima, la sindrome da deplezione del Dna mitocondriale che colpisce diversi geni causando un progressivo deperimento muscolare.
Lo ha fatto con poche righe su facebook, che hanno raccolto in poche ore centinaia di like e parole di apprezzamento. Monsignor Tardelli non ha voluto aggiungere altro, ma la forza della sua affermazione non può essere ignorata. Evidenzia una posizione chiara, contro il fine vita (o l’interruzione della vita), già peraltro emersa nel caso di Eluana Englaro. Tace per ora Papa Francesco, mentre si sono espressi alcuni alti prelati, tra cui il presidente della Pontificia Accademia per la vita, Vincenzo Paglia, e il presidente della Cei, Gualtiero Bassetti.
Connie Yates e Chris Gard, i genitori trentenni del piccolo, sono riusciti a raccogliere 1, 3 milioni di sterline per una cura sperimentale in America, ma a marzo Charlie è stato colpito dall’encefalopatia. I medici inglesi e quelli americani hanno concordato sull’impossibilità di portare avanti il viaggio della speranza. Quelli americani si sono comunque resi disponibili a tentare la cura in via sperimentale. Ma a marzo gli amministratori dell’ospedale londinese hanno chiesto al tribunale di poter staccare le macchine che permettono al piccolo di respirare: “Best child’s interest”, il miglior interesse del bambino. I genitori di Charlie non si sono arresi: volevano comunque tentare la via della cura sperimentale. Hanno fatto appello a vari tribunali e alla fine si sono rivolti alla Corte europea dei diritti umani. E da Strasbrugo, il 28 giugno, la decisione. O meglio, la non scelta: la Corte ha detto di non avere alcuna autorità per prendere decisioni su un tema del genere, rimandando alla decisione della Corte suprema inglese.
I respiratori dovevano essere staccati ieri, ma dal Great Ormond si è voluto dare altro tempo ai genitori. Dopo aver loro negato di farlo morire a casa, perché anche il trasferimento «avrebbe causato sofferenza indicibile».
Tiziana Gori
Monsignor Fausto Tardelli è uno dei pochi vescovi italiani – a ieri pomeriggio l’unico – che ha voluto esprimere il proprio disagio, la sensazione di amarezza e frustrazione per la decisione del Great Ormond Street Hospital di staccare le macchine che tengono in vita il piccolo Charlie Gard, 10 mesi, affetto da una malattia genetica rarissima, la sindrome da deplezione del Dna mitocondriale che colpisce diversi geni causando un progressivo deperimento muscolare.
Lo ha fatto con poche righe su facebook, che hanno raccolto in poche ore centinaia di like e parole di apprezzamento. Monsignor Tardelli non ha voluto aggiungere altro, ma la forza della sua affermazione non può essere ignorata. Evidenzia una posizione chiara, contro il fine vita (o l’interruzione della vita), già peraltro emersa nel caso di Eluana Englaro. Tace per ora Papa Francesco, mentre si sono espressi alcuni alti prelati, tra cui il presidente della Pontificia Accademia per la vita, Vincenzo Paglia, e il presidente della Cei, Gualtiero Bassetti.
Connie Yates e Chris Gard, i genitori trentenni del piccolo, sono riusciti a raccogliere 1, 3 milioni di sterline per una cura sperimentale in America, ma a marzo Charlie è stato colpito dall’encefalopatia. I medici inglesi e quelli americani hanno concordato sull’impossibilità di portare avanti il viaggio della speranza. Quelli americani si sono comunque resi disponibili a tentare la cura in via sperimentale. Ma a marzo gli amministratori dell’ospedale londinese hanno chiesto al tribunale di poter staccare le macchine che permettono al piccolo di respirare: “Best child’s interest”, il miglior interesse del bambino. I genitori di Charlie non si sono arresi: volevano comunque tentare la via della cura sperimentale. Hanno fatto appello a vari tribunali e alla fine si sono rivolti alla Corte europea dei diritti umani. E da Strasbrugo, il 28 giugno, la decisione. O meglio, la non scelta: la Corte ha detto di non avere alcuna autorità per prendere decisioni su un tema del genere, rimandando alla decisione della Corte suprema inglese.
I respiratori dovevano essere staccati ieri, ma dal Great Ormond si è voluto dare altro tempo ai genitori. Dopo aver loro negato di farlo morire a casa, perché anche il trasferimento «avrebbe causato sofferenza indicibile».
Tiziana Gori
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