Gioco
la ferita della bellezza
Il ritorno a Pistoia di Atto Melani
di GIUSEPPE DI LORENZO
Le luci di poche candele illuminano il passato della città
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Giornalisti di confine è un laboratorio di scrittura e racconto coordinato dall’Associazione Altre Velocità e realizzato nell’ambito della prima edizione del Pistoia Teatro Festival.
Proseguiamo oggi con la pubblicazione della serie di articoli sugli spettacoli della rassegna prodotti nell’ambito del Laboratorio. Questi articoli trovano ospitalità sotto l’insegna “Visto da...”, la rubrica che Il Tirreno ha creato appositamente per raccontare il teatro e i grandi spettacoli con gli occhi di spettatori non specialisti ma ugualmente capaci di raccontare in modo interessante la loro esperienza.
Dei passi nell'oscurità di una chiesa costruita probabilmente nella prima metà del XII secolo. Improvvisamente si accende una candela, e come in un dipinto del XVII secolo un uomo in pigiama lungo (secondo l'uso dell'epoca) si aggira tra luci e ombre. Quell'uomo è Giacinto Melani, mentre nell'ombra silente si scorge l'austero viso di Atto Melani, suo fratello.
Originale e immersiva performance di un'ora, “La ferita della bellezza” riscopre non senza qualche licenza poetica la storia del più celebre castrato del '600, nonché uno dei più famosi pistoiesi di tutti i tempi: Atto Melani. L'originale testo di Luca Scarlini è presentato in prima nazionale in occasione del Pistoia Teatro Festival.
L'idea della messa in scena è di Massimo Grigò; è lui a interpretare il fratello non musico di Atto, Giacinto, che si ritrova in casa il castrato ormai famoso in tutto il mondo per la sua carriera europea, e ora, trasferitosi a Parigi, persino spia per i Medici alla corte di Francia. Grigò interpreta un monumentale Atto, caricandolo di un'aura di superiorità sostenuta anche da una superbia per nulla velata, mascherando una fragilità che nella breve pièce rende l'interazione con il fratello piuttosto imprevedibile.
In scena c'è anche Maurizio Rippa, è lui a intonare le arie al posto di Massimo Grigò e a vestire i panni del narratore; i suoi solo sono sostenuti dal clavicembalo di Manuel Gelli. Il nodo della vicenda sembrano essere gli spartiti che Atto ha portato con sé dalla Francia, sono proprio le note sul pentagramma a nascondere, grazie a un escamotage, dei segreti che addirittura minano la sicurezza europea. Una delle chiavi di lettura de “La ferita della bellezza” è che spesso dietro qualcosa di bello c'è un dolore non espresso, un sacrificio. Questo curioso viaggio nel tempo, prodotto dall'Associazione teatrale pistoiese, è un regalo alla città e ai suoi abitanti, invitati a vivere tramite il fascino del teatro un po' della loro storia.
Proseguiamo oggi con la pubblicazione della serie di articoli sugli spettacoli della rassegna prodotti nell’ambito del Laboratorio. Questi articoli trovano ospitalità sotto l’insegna “Visto da...”, la rubrica che Il Tirreno ha creato appositamente per raccontare il teatro e i grandi spettacoli con gli occhi di spettatori non specialisti ma ugualmente capaci di raccontare in modo interessante la loro esperienza.
Dei passi nell'oscurità di una chiesa costruita probabilmente nella prima metà del XII secolo. Improvvisamente si accende una candela, e come in un dipinto del XVII secolo un uomo in pigiama lungo (secondo l'uso dell'epoca) si aggira tra luci e ombre. Quell'uomo è Giacinto Melani, mentre nell'ombra silente si scorge l'austero viso di Atto Melani, suo fratello.
Originale e immersiva performance di un'ora, “La ferita della bellezza” riscopre non senza qualche licenza poetica la storia del più celebre castrato del '600, nonché uno dei più famosi pistoiesi di tutti i tempi: Atto Melani. L'originale testo di Luca Scarlini è presentato in prima nazionale in occasione del Pistoia Teatro Festival.
L'idea della messa in scena è di Massimo Grigò; è lui a interpretare il fratello non musico di Atto, Giacinto, che si ritrova in casa il castrato ormai famoso in tutto il mondo per la sua carriera europea, e ora, trasferitosi a Parigi, persino spia per i Medici alla corte di Francia. Grigò interpreta un monumentale Atto, caricandolo di un'aura di superiorità sostenuta anche da una superbia per nulla velata, mascherando una fragilità che nella breve pièce rende l'interazione con il fratello piuttosto imprevedibile.
In scena c'è anche Maurizio Rippa, è lui a intonare le arie al posto di Massimo Grigò e a vestire i panni del narratore; i suoi solo sono sostenuti dal clavicembalo di Manuel Gelli. Il nodo della vicenda sembrano essere gli spartiti che Atto ha portato con sé dalla Francia, sono proprio le note sul pentagramma a nascondere, grazie a un escamotage, dei segreti che addirittura minano la sicurezza europea. Una delle chiavi di lettura de “La ferita della bellezza” è che spesso dietro qualcosa di bello c'è un dolore non espresso, un sacrificio. Questo curioso viaggio nel tempo, prodotto dall'Associazione teatrale pistoiese, è un regalo alla città e ai suoi abitanti, invitati a vivere tramite il fascino del teatro un po' della loro storia.
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