Il Tirreno

Pistoia

Curava l’infertilità  una nuova denuncia per Mamma Ebe 

Curava l’infertilità  una nuova denuncia per Mamma Ebe 

Esercizio abusivo della professione medica nella villa  in cui sta scontando la condanna per i fatti di Quarrata

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QUARRATA. In regime di detenzione domiciliare, in quella villa di Sant’Ermete di Santarcangelo, nel Riminese, sta scontando la condanna per associazione a delinquere finalizzata all’esercizio abusivo della professione medica inflittale dal tribunale di Pistoia. Ma ciò non ha impedito a Gigliola Giorgini, 84 anni, meglio nota come Mamma Ebe, di continuare a ricevere persone che le chiedevano aiuto e, quindi, di esercitare la sua attività.

Almeno secondo la polizia di Forlì, che l’ha denunciata nuovamente per esercizio abusivo della professione medica, al termine di un’indagine scattata dopo l’esposto di una donna – 37 anni, italiana – con problemi di fertilità, costretta dal marito (denunciato per maltrattamenti) a sottoporsi a diversi trattamenti mediante l’applicazione sul proprio ventre di una sostanza a suo dire dall’effetto miracoloso. La donna era stata obbligata dal marito a recarsi da Mamma Ebe, interrompendo da un lato le proprie cure di medicina tradizionale, e dall’altro ad intraprendere delle cure della santona, consistenti nell’applicazione sul ventre di una pomata con la quale la donna avrebbe risolto i suoi problemi di infertilità.

Mamma Ebe sta scontando la condanna relativa all’attività di cure e massaggi che aveva svolto dal 2005 al 2010 a Villa Gigliola, sulle pendici del Montalbano. Attività troncata nel 2010 grazie alle indagini eseguite dai carabinieri di Quarrata.

I trattamenti con la pomata “miracolosa”, ritenuta capace di “sfiammare” le tube, avevano provocato alla donna – costretta dal marito, un professionista di 35 anni, a recarsi dalla santona per risolvere i suoi problemi di fertilità, abbandonando la fecondazione assistita – una perdurante forma di irritazione cutanea e delle lesioni sul basso ventre dove veniva spalmata. Dalle indagini della polizia è emerso che la donna, in un primo momento, pur di non veder fallire il proprio matrimonio, aveva rinunciato alle cure mediche e alle pratiche adottive, salvo poi arrivare a lasciare il marito. L’ uomo, secondo quanto riferito dalla moglie, su indicazione di Mamma Ebe, avrebbe dovuto convincerla ad evitare il ricorso alla fecondazione assistita in quanto sarebbero potuto nascere bambini con dei problemi mentali.

La 37enne ha raccontato alla polizia che tutto ebbe inizio alla fine del 2014, quando Mamma Ebe, che da loro voleva farsi chiamare Gigliola, era stata finalmente scarcerata e dunque, secondo il marito, poteva “curare” il loro problema, ossia farli diventare genitori. L’uomo affermava che la santona era stata incompresa dalla giustizia italiana e dall’opinione pubblica e che solo alla sua morte si sarebbero riconosciuti i suo “miracoli”.

Il trattamento cominciò con l’imposizione delle mani sul ventre, seguita poi col trattamento di una pomata di colore arancione. Nel 2016 la decisione di separarsi, quando si era ormai capito che i trattamenti sarebbero continuati e che la vita della coppia veniva ormai gestita di fatto dalla santona: il marito era arrivato anche a minacciare la donna di farle perdere il lavoro, se si fosse allontanata dalle cure di Mamma Ebe.

Le indagini della polizia, che hanno portato alla nuova denuncia, hanno anche accertato che la pomata applicata era un farmaco indicato nei casi di distorsioni e lombaggini per alleviare dolori.

Le indagini hanno permesso di appurare come all’interno della villa di Sant'Ermete ci fosse al lavoro una mini-comunità di adepti (durante un recente controllo della polizia vi sono state trovate otto donne, di varia età ed estrazione sociale), impegnati a svolgere le mansioni più disparate per permettere a Mamma Ebe di ricevere chi si rivolgeva a lei.

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