Toscana
Quattordici richiedenti asilo al servizio dei Dialoghi sull'uomo
Vengono dal Senegal, dal Mali, dalla Costa d'Avorio, dal Burkina Faso, tutti hano storie terribilii alel spalle e chiedono solo di ricominciare con una nuova vita
PISTOIA. Chissà se tra i record che l’edizione 2017 dei Dialoghi sull’uomo ha segnato, c’è anche quello del festival più “caldo” atmosfericamente parlando di sempre. Nonostante il sole a picco però, Pape e i suoi amici ripongono nello zaino la bottiglietta d’acqua donata dall’organizzazione. La potranno bere solo dopo le 8,44, l’orario in cui nel secondo giorno di Ramadan è consentito mangiare e bere. Ma non importa, l’impegno di volontariato che questi sei ragazzi insieme al resto del gruppo di richiedenti asilo (14 in tutto) hanno preso con i “Dialoghi sull’uomo” va avanti. Vengono da quattro paesi diversi dell’Africa francofona: Ouedraogo Yahaya viene dal Burkina Faso, Pape Ansoumana Badji dal Senegal, Moussa Soumahoro e Karim Kone dalla Costa d’Avorio mentre Koulibaly Namakè e Konate Alou dal Mali.
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Hanno meno di 30 anni, anzi qualcuno poco più di 20 e sono tutti musulmani quindi per loro il Ramadan è appena iniziato. Ma in questo momento sono soprattutto volontari attivi di un festival letterario in quella città che li ha accolti. E che, nonostante la diffidenza iniziale di qualcuno, raccontano, ora sentono vicina. Per questo sono contentissimi di poter contribuire ad un evento importante come i “Dialoghi”. "Se nel mio paese arriva un bianco - dice Pape , senegalese laureato proprio in scienze umanistiche nel suo paese, uno dei più grandi di questo gruppetto dove tutti parlano abbastanza bene l’italiano- la gente all’inizio ha paura, perché siamo tutti neri. Per questo anche qui forse la gente ha paura, o ha avuto paura di noi. E’ normale. Ma stando insieme le cose cambiano”. E dal loro arrivo a Pistoia, che va dai 12 mesi a due anni fa, molto è cambiato. “In questi mesi molte cose sono cambiate- continua Pape- io abito nella struttura di Pianosinatico e ora tutti lì mi conoscono. Mi chiamano Pape, ho conosciuto i paesi di Rivoreta, Abetone…penso che se prima non conosco la vita e le abitudini degli italiani, non posso stare con voi”. La cosa buffa nel “dialogo” con questi volontari speciali, seguiti nella tre giorni dalla direttrice della Biblioteca San Giorgio (Maria Stella Rasetti) e dagli operatori delle cooperative Arkè, Gli Altri ed Incontro che gestiscono le strutture di accoglienza, è che molti arrivano dai confini della provincia. Qualcuno abita in città ma molti popolano le frazioni della montagna come Lizzano Pistoiese e Marliana, oppure vengono da Quarrata e Monsummano. E quest’esperienza ai Dialoghi nel cuore di Pistoia è un viaggio breve ma ulteriore, nel lungo viaggio ben più lungo e travagliato che hanno fatto per venire in Italia.
“Sto aspettando i documenti- racconta Konate- per cambiare vita. Ho lasciato il Mali il mio paese, dove c’è la guerra che si è portata via i miei genitori. Qui voglio ricominciare una nuova vita”. Il passato, dice Koulibaly, è “pieno di cose tristi”. E i ragazzi preferiscono parlare del futuro, delle loro speranze, dei loro sogni in Italia, a Pistoia dove dicono stanno bene. “Perché i primi giorni intorno senti il silenzio, la paura della gente…poi passa” raccontano. E con gli altri giovani volontari, in questi giorni, è stato lo stesso percorso a ritroso. Dalla diffidenza all’incontro. “Ho fatto un corso di formazione come pizzaiolo- dice Karim- e vorrei lavorare qui in questo settore”. In molti hanno già fatto esperienze di volontariato presso le pubbliche assistenze e “queste cose sono importanti- dicono- perché il volontariato ti fa aprire un mondo”. Quel mondo che arriva al cuore dei Dialoghi, grazie alle loro storie che rendono concreto il tema del 2017 ovvero come "la cultura rende umani".
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