Lutto
Usura sì, camorra no: due condanne
di Pasquale Petrella
Vincenzo e Ciro Ascione, padre e figlio, riconosciuti colpevoli per il tasso imposto ai titolari dell’Autofutura
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PISTOIA. Cadono le aggravanti delle modalità mafiose ma la decisione dei giudici del tribunale di Pistoia sono ugualmente pesanti: nove anni e dodicimila euro di multa per Vincenzo Ascione, sei anni e novemila euro di multa per il figlio Ciro, ritenuti entrambi colpevole di usura ed estorsione ai danni dei titolari dell’Autofutura srl di Quarrata, dichiarata fallita il 27 novembre del 2008.
In aula ad ascoltare la sentenza del tribunale presieduto da Roberto Tredici con a latere Gianluca Mancuso e Jacqueline Magi, c’era il solo Ciro Ascione (32 anni), residente a Montemurlo. Suo padre Vincenzo (61 anni) vive da tempo in Tunisia ed è di fatto latitante, sebbene a rappresentare padre e figlio ci fosse l’avvocato Antonino Denaro del foro di Prato che, a conclusione del processo in cui ha chiesto l’assoluzione per entrambi, si è detto comunque soddisfatto e presenterà appello. Il pubblico ministero, il sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Firenze, Angela Pietroiusti aveva chiesto dodici anni di reclusione e quindicimila euro di multa per entrambi.
«Sono cadute le aggravanti delle modalità mafiose — dice l’avvocato Denaro — questo era molto importante perché così in fase di appello si aprono nuove possibilità e, soprattutto, anche i tempi per la prescrizione si accorciano. Aspetto di leggere le motivazioni della sentenza perché per quanto mi riguarda credo che sul mio assistito Ciro Ascione ci sia già stata una pronuncia che dichiarava che non avesse avuto un ruolo nell’eventuale accordo usuraio perché non era presente quando Simone Santini (uno dei due fratelli titolari dell’autosalone, poi morto suicida tredici giorni prima della sentenza di fallimento ndr) avrebbe chiesto a suo padre Vincenzo il prestito di centomila euro. Evidentemente i giudici hanno dato credito al fatto che a portare materialmente i soldi sarebbe stato lui».
Il processo è nato dalle intercettazioni effettuate dai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Firenze nell’ambito del processo sul traffico illecito di rifiuti tessili e di plastica provenienti da finte raccolte umanitarie. Un traffico internazionale verso paesi del Nord Africa e dell’estremo oriente (Cina) tanto da far supporre agli investigatori un cartello fra organizzazioni camorristiche italiane e mafia cinese. L’inchiesta portò i magistrati fiorentini ad indagare sessantacinque persone e ad emettere ordini di custodia cautelare proprio nei confronti di padre e figlio Ascione. Vincenzo peraltro è lo stesso che era stato arrestato e poi assolto in appello per l’omicidio a Montemurlo nel 1999 di Ciro Cozzolino per vicende legate al commercio degli abiti usati. E proprio intercettando gli Ascione che — secondo gli investigatori — in quel periodo erano legati al clan camorristico campano dei Birra-Iacomino, i magistrati nel 2008 si imbatterono nel giro di usura ai danni dei titolari della società Autofutura sas specializzata nella vendita e nel commercio di auto di grossa cilindra con autosaloni a Quarrata e Pistoia.
I fratelli Silvano e Simone Santini si trovavano in brutte acque (avevano debiti per 2, 5 milioni con le banche) e un giorno Simone chiese «quasi scherzando» un prestito a Vincenzo Ascione che con suo figlio frequentava l’autosalone fin dal 2004 e avevano comprato diverse auto di grossa cilindra. Soldi che sarebbero serviti per tranquillizzare le banche che stavano chiudendo i cordoni. Due ore dopo Ascione si presentò con una borsa con dentro 100mila euro in contanti e - secondo l’accusa - fece l’accordo che i fratelli Santini avrebbero dovuto pagare il 3% al mese di interesse. Di qui l’usura e di qui la condannata di ieri.
In aula ad ascoltare la sentenza del tribunale presieduto da Roberto Tredici con a latere Gianluca Mancuso e Jacqueline Magi, c’era il solo Ciro Ascione (32 anni), residente a Montemurlo. Suo padre Vincenzo (61 anni) vive da tempo in Tunisia ed è di fatto latitante, sebbene a rappresentare padre e figlio ci fosse l’avvocato Antonino Denaro del foro di Prato che, a conclusione del processo in cui ha chiesto l’assoluzione per entrambi, si è detto comunque soddisfatto e presenterà appello. Il pubblico ministero, il sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Firenze, Angela Pietroiusti aveva chiesto dodici anni di reclusione e quindicimila euro di multa per entrambi.
«Sono cadute le aggravanti delle modalità mafiose — dice l’avvocato Denaro — questo era molto importante perché così in fase di appello si aprono nuove possibilità e, soprattutto, anche i tempi per la prescrizione si accorciano. Aspetto di leggere le motivazioni della sentenza perché per quanto mi riguarda credo che sul mio assistito Ciro Ascione ci sia già stata una pronuncia che dichiarava che non avesse avuto un ruolo nell’eventuale accordo usuraio perché non era presente quando Simone Santini (uno dei due fratelli titolari dell’autosalone, poi morto suicida tredici giorni prima della sentenza di fallimento ndr) avrebbe chiesto a suo padre Vincenzo il prestito di centomila euro. Evidentemente i giudici hanno dato credito al fatto che a portare materialmente i soldi sarebbe stato lui».
Il processo è nato dalle intercettazioni effettuate dai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Firenze nell’ambito del processo sul traffico illecito di rifiuti tessili e di plastica provenienti da finte raccolte umanitarie. Un traffico internazionale verso paesi del Nord Africa e dell’estremo oriente (Cina) tanto da far supporre agli investigatori un cartello fra organizzazioni camorristiche italiane e mafia cinese. L’inchiesta portò i magistrati fiorentini ad indagare sessantacinque persone e ad emettere ordini di custodia cautelare proprio nei confronti di padre e figlio Ascione. Vincenzo peraltro è lo stesso che era stato arrestato e poi assolto in appello per l’omicidio a Montemurlo nel 1999 di Ciro Cozzolino per vicende legate al commercio degli abiti usati. E proprio intercettando gli Ascione che — secondo gli investigatori — in quel periodo erano legati al clan camorristico campano dei Birra-Iacomino, i magistrati nel 2008 si imbatterono nel giro di usura ai danni dei titolari della società Autofutura sas specializzata nella vendita e nel commercio di auto di grossa cilindra con autosaloni a Quarrata e Pistoia.
I fratelli Silvano e Simone Santini si trovavano in brutte acque (avevano debiti per 2, 5 milioni con le banche) e un giorno Simone chiese «quasi scherzando» un prestito a Vincenzo Ascione che con suo figlio frequentava l’autosalone fin dal 2004 e avevano comprato diverse auto di grossa cilindra. Soldi che sarebbero serviti per tranquillizzare le banche che stavano chiudendo i cordoni. Due ore dopo Ascione si presentò con una borsa con dentro 100mila euro in contanti e - secondo l’accusa - fece l’accordo che i fratelli Santini avrebbero dovuto pagare il 3% al mese di interesse. Di qui l’usura e di qui la condannata di ieri.
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