Sicurezza
Al Manzoni “Giulio Cesare” e l’eterna lotta per il potere
di LUCA MANNA*
Il Teatro Manzoni di Pistoia ha ospitato, come ultimo appuntamento della stagione di prosa 2016/17, “Giulio Cesare” di William Shakespeare, andato in scena da giovedì 6 aprile a domenica 9 aprile....
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Il Teatro Manzoni di Pistoia ha ospitato, come ultimo appuntamento della stagione di prosa 2016/17, “Giulio Cesare” di William Shakespeare, andato in scena da giovedì 6 aprile a domenica 9 aprile.
William Shakespeare scrisse “Giulio Cesare” nel 1599, ispirandosi in parte a fatti storici e in parte alla traduzione di Sir Thomas North delle “Vite dei nobili greci e romani” di Plutarco. Un testo epico, intenso, appassionante, che ruota intorno alle regole del potere, impersonato nella trasposizione di Alex Rigola da una donna nel ruolo di Cesare. “Giulio Cesare” è uno spettacolo pensato, costruito con intelligenza. L’intenzione, senz’altro, è di porre interrogativi ma anche di dimostrare la tesi della natura contraddittoria dell’essere umano, il suo precario equilibrio. Cosa c’entra l’immagine del piccolo Aylan morto sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, con il lupo Ezechiele dei tre porcellini? Cosa c’entra lo sguardo basito di Barak Obama con Giulio Cesare? Può la democrazia essere davvero lontana dalla violenza? Sono questi gli interrogativi suggeriti dalle immagini proiettate sulla scenografia bidimensionale inizialmente candida ed immacolata utilizzata come unico elemento scenico.
Il regista cerca di conferire allo spettacolo un ritmo dinamico, ricorrendo anche a evidenti tagli al testo e ad un uso forse eccessivo di videoproiezioni oltre ad una colonna sonora dai toni hard rock. Artifici che raramente riescono ad animare le scene più statiche, in cui è la parola, l’interpretazione a fare la differenza. Lo spettacolo si fa spazio tra innumerevoli citazioni, da un lato l’accenno alla presunta omosessualità di Giulio Cesare e dall’altro l’immagine della donna di potere che sembra incarnare correttamente uno spirito contemporaneo. E poi le camicie bianche con bretelle nere indossate dagli attori che richiamano un certo tipo di avanguardia teatrale anni’60. Uno spettacolo non dovrebbe mai raccontare troppo, tuttavia dovrebbe essere capace di rappresentare la storia senza essere didascalico. A farne le spese è la magia dell’ascoltare, grande, vero assente dell’intero “racconto”.
L’Antonio di Michele Riondino, solo dopo un po’di “rodaggio”, si è distinto per intensità e persuasione nel celeberrimo monologo alla fine del primo atto, mentre tra le performance più “audaci” sono da segnalare quella di Maria Grazia Mandruzzato, nei panni maschili di Cesare, di Silvia Costa in una intensa Porzia e di Michele Maccagno che ha dato voce al personaggio di Crasso. Meno valido il Bruto di Stefano Scandaletti, che saltuariamente è apparso determinato e imponente. Soddisfacente la risposta del pubblico, che ha prolungato gli applausi mostrando di aver più che apprezzato la lettura riadattata dell’opera shakespeariana.
*Direttore operativo Acque Toscane Spa — Gruppo Suez
William Shakespeare scrisse “Giulio Cesare” nel 1599, ispirandosi in parte a fatti storici e in parte alla traduzione di Sir Thomas North delle “Vite dei nobili greci e romani” di Plutarco. Un testo epico, intenso, appassionante, che ruota intorno alle regole del potere, impersonato nella trasposizione di Alex Rigola da una donna nel ruolo di Cesare. “Giulio Cesare” è uno spettacolo pensato, costruito con intelligenza. L’intenzione, senz’altro, è di porre interrogativi ma anche di dimostrare la tesi della natura contraddittoria dell’essere umano, il suo precario equilibrio. Cosa c’entra l’immagine del piccolo Aylan morto sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, con il lupo Ezechiele dei tre porcellini? Cosa c’entra lo sguardo basito di Barak Obama con Giulio Cesare? Può la democrazia essere davvero lontana dalla violenza? Sono questi gli interrogativi suggeriti dalle immagini proiettate sulla scenografia bidimensionale inizialmente candida ed immacolata utilizzata come unico elemento scenico.
Il regista cerca di conferire allo spettacolo un ritmo dinamico, ricorrendo anche a evidenti tagli al testo e ad un uso forse eccessivo di videoproiezioni oltre ad una colonna sonora dai toni hard rock. Artifici che raramente riescono ad animare le scene più statiche, in cui è la parola, l’interpretazione a fare la differenza. Lo spettacolo si fa spazio tra innumerevoli citazioni, da un lato l’accenno alla presunta omosessualità di Giulio Cesare e dall’altro l’immagine della donna di potere che sembra incarnare correttamente uno spirito contemporaneo. E poi le camicie bianche con bretelle nere indossate dagli attori che richiamano un certo tipo di avanguardia teatrale anni’60. Uno spettacolo non dovrebbe mai raccontare troppo, tuttavia dovrebbe essere capace di rappresentare la storia senza essere didascalico. A farne le spese è la magia dell’ascoltare, grande, vero assente dell’intero “racconto”.
L’Antonio di Michele Riondino, solo dopo un po’di “rodaggio”, si è distinto per intensità e persuasione nel celeberrimo monologo alla fine del primo atto, mentre tra le performance più “audaci” sono da segnalare quella di Maria Grazia Mandruzzato, nei panni maschili di Cesare, di Silvia Costa in una intensa Porzia e di Michele Maccagno che ha dato voce al personaggio di Crasso. Meno valido il Bruto di Stefano Scandaletti, che saltuariamente è apparso determinato e imponente. Soddisfacente la risposta del pubblico, che ha prolungato gli applausi mostrando di aver più che apprezzato la lettura riadattata dell’opera shakespeariana.
*Direttore operativo Acque Toscane Spa — Gruppo Suez
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