Sicurezza
Fino all’ultimo cercò di uccidere l’ex
Tentato omicidio, depositate dal gup di Pistoia le motivazioni della condanna a 16 anni di Emanuele Nelli
PISTOIA. Un delitto premeditato. Concepito e messo in atto con piena capacità di intendere e di volere. E portato avanti senza alcun ripensamento, senza che, a un certo punto, vi fosse quella “desistenza” sostenuta dalla difesa, quel tirarsi indietro volontariamente all’ultimo momento, che, per l’imputato, avrebbe potuto costituire un’attenuante.
Depositata la motivazione della sentenza con cui, con il rito abbreviato, il 18 gennaio scorso il gup del tribunale Maria Elena Mele ha condannato a 16 anni di reclusione Emanuele Nelli, trentaseienne autista di Lamporecchio, accusato di tentato omicidio per aver cercato di uccidere l’ex compagna, la madre di suo figlio, colpendola con trenta coltellate la sera del 9 ottobre 2015, sulle colline di Marliana, nei pressi di Momigno.
Intorno alle otto di quella sera, Emanuele Nelli, che una decina di giorni prima era stato dimesso dal reparto di psichiatria dell'ospedale di Empoli, aveva atteso e speronato con la sua auto quella della ex, appena uscita di casa per andare a cena con delle amiche. L’aveva bloccata, aveva spaccato il finestrino e aveva cominciato a colpirla con un coltello da cucina, con una lama lunga 18 centimetri. Un attimo di tregua per la ragazza era arrivato quando un ragazzo che stava rincasando in scooter si era fermato, aveva affrontato il Nelli, e gli aveva tirato un pugno. Per poi essere costretto a fuggire in cerca di aiuto davanti a quella lama che cercava di colpirlo. Nelli era tornato alla carica. Aveva afferrato la ex per i capelli, l’aveva trascinata fuori dall’auto, l’aveva spinta giù nella scarpata, dove, seduto sopra di lei, aveva cominciato a strangolarla. Smettendo quando aveva sentito le grida di richiamo della madre della ragazza, che alla vista del suo ex aveva fatto in tempo a telefonare a casa per chiedere aiuto.
Secondo il giudice, da respingere la tesi della desistenza. Innanzitutto, il reato di tentato omicidio si era già configurato ancor prima dell’intervento dell’adolescente che aveva interrotto momentaneamente la furia del Nelli. In quel momento la sua ex aveva ricevuto già le ferite che, se non curate poco dopo all’ospedale, ne avrebbero causato la morte. Inoltre, subito dopo l’imputato aveva ricominciato. Infliggendole altre due coltellate dietro il collo e cercando anche di strangolarla. «Solo la prontezza di riflessi della donna – spiega il giudice – che, in un attimo di distrazione del Nelli, ha afferrato l’arma, l’ha gettata nelle vegetazione e ha cercato di convincere l’imputato che sarebbe tornata con lui e che non lo avrebbe denunciato» e l’arrivo della madre, che «ha chiamato disperatamente la figlia e che ha rassicurato il Nelli, hanno determinato l’interruzione dell’azione criminosa».
Sul fronte della capacità di intendere e di volere dell’imputato, il gup ha accolto le conclusioni del proprio consulente tecnico e di quello del pm: al momento della commissione del reato Nelli (che dal 29 agosto al 9 settembre precedente era stato ricoverato in psichiatria e dimesso con la diagnosi di sindrome affettiva bipolate) non si trovava in uno stato psichico di scompenso acuto da disturbo bipolare. «Ciò si desume – spiega il tc del pm – dalla capacità di organizzazione e pianificazione del reato».
Il ct d’ufficio ha addirittura messo in dubbio l’attendibilità della diagnosi dei medici dell’ospedale. (m.d.)
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