Il Tirreno

Pistoia

La discarica del Cassero rimane sotto sequestro

Massimo Donati
La discarica del Cassero rimane sotto sequestro

Il tribunale del riesame di Pistoia respinge il ricorso di PistoiAmbiente: gestione irregolare, 30.000 le tonnellate di rifiuti che dovevano essere respinte nel sito di Casalguidi

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CASALGUIDI. È vero. Le cause dell’incendio non sono ancora state accertate. E, anche se assai improbabile, è pur sempre possibile che dietro quel rogo ci possa essere stata la mano di qualcuno. Ma ciò non toglie che – anche se non è stato dimostrato che ciò è stato la causa dell’incendio del 4 luglio scorso – all’interno della discarica del Cassero, fino a quel giorno sono finite decine di tonnellate di rifiuti che i gestori non avrebbero dovuto accettare. Con una violazione della legge che era sempre in atto quando, per impedire la reiterazione dei reati ipotizzati dalla procura, il 4 marzo il gip del tribunale di Pistoia ha messo sotto sequestro l’impianto.

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Queste in sintesi le motivazioni per le quali, ieri mattina, il tribunale del riesame ha rigettato il ricorso presentato da PistoiAmbiente, nelle persone dei due indagati, il presidente Alfio Fedi e il direttore tecnicodell’impianto, Michele Menichetti: i sigilli alla discarica rimarranno. Il tribunale del riesame, presieduto da Roberto Tredici, con a latere i giudici Jacqueline Magi e Gianluca Mancuso, ci ha messo meno di ventiquattr’ore per valutare le tesi illustrate giovedì dal pm Luigi Boccia, da una parte, e dagli avvocati Andrea Niccolai e Fabio Celli dall’altra.

Se non quello relativo all’incendio, secondo il tribunale altri profili di colpa devono essere attribuiti al gestore dell’impianto di smaltimento. In particolare per quanto riguarda il conferimento in discarica dei rifiuti provenienti non da singile attività produttive, generati nel corso del medesimo processo, ma da altri impianti di smaltimento, in cui vengono trattati e mischiati gli scarti provenienti da più aziende. Carichi su carichi arrivati al Cassero senza essere accompagnati da una descrizione analitica della caratteristiche di ciò che c’era di volta in volta nei cassoni dei camion, bensì con la sola prova di laboratorio svolta una volta l’anno dal produttore.

Secondo gli avvocati difensori, una colpa nel caso attribuibile a chi ha inviato quei rifiuti al Cassero. Ma non per il tribunale. «Per tali rifiuti devono essere determinate le caratteristiche di ogni lotto», spiega citando l’allegato 1 del decreto ministeriale 27/9/2010. Un obbligo per il produttore, certo, così come però il gestore ha l’obbligo di controllare che ad accompagnare il carico in arrivo vi sia la documentazione che attesta l’avvenuta prova di laboratorio sulla natura di quei rifiuti. E dall’esame dei formulari è emerso che tale documentazione mancava. «Anzi – spiega il tribunale – risulta che nel formulario, nella maggior parte dei casi, il produttore ha dichiarato che si trattava di rifiuti regolarmente generati nello stesso processo».

Nessuna scusante per il gestore «ingannato da tale falsa dichiarazione». Il tribunale ritiene che il gestore sia un soggetto specializzato in tale attività, che, come tale, di fronte a un carico classificato con il codice attribuito ai rifiuti provenienti da altri impianti, avrebbe dovuto pretendere la regolare documentazione: un esame di laboratorio per ogni singolo camion. «In tal modo, secondo gli accertamenti compiuti dai consulenti del pm, sono stati conferiti in dioscarica dal 2013 al 2016 30.681 tonnellate di rifiuti, costituenti il 27,2% del totale, provenienti da precedente lavorazione di altri rifiuti, e quindi estremamente variegati fra loro, di cui non si conosce e non può conoscersi la precisa composizione». Un aspetto non considerato dall’Arpat, che proprio per questo, nei suoi controlli, non avrebbe rilevato anomalie nella gestione.

 

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