Il dolore
In un anno 486 maltrattamenti e abusi
Primi in Toscana per accessi “classificati” ai pronto soccorso, ma perché in provincia esiste un’équipe all’avanguardia
PISTOIA. Ha il volto tumefatto. «Sono caduta», dice all'operatrice del Pronto soccorso. Viene accompagnata al triage. Ha lo sguardo smarrito, l'infermiera capisce che può non essere una semplice caduta e controlla i dati personali. Come immaginava si accende l'alert accanto al nome. Quella giovane donna è già stata al Pronto soccorso con ferite simili. Diventa un caso da Codice rosa. Uno dei casi che l'équipe coordinata dalla psicoterapeuta Monica Bani hanno imparato a riconoscere.
I numeri.Nei dati enunciati alla vigilia dell'8 marzo dall'assessore regionale alla sanità Stefania Saccardi sui 5 anni di applicazione del Codice rosa, la provincia di Pistoia si piazza in testa in Toscana: ha i più alti accessi per maltrattamenti e abusi ai Pronto soccorsi di Pistoia e Pescia. Nel 2016 tra i pazienti adulti (in larghissima parte donne) 368 casi di maltrattamenti nel 2016 e 12 di abusi. Seguono Grosseto (342 e 11) e Lucca (291 e 6). Primi anche per numero di accessi di pazienti minori (86 casi di maltrattamento) o abusi (20). Segue il Meyer di Firenze con 63 e 21 casi.
Situazione da bollino rosso, ad una prima analisi. Pistoia città violenta? Non è questa la risposta corretta. La realtà è che a Pistoia c'è, dai primi anni 2000 un'attenzione particolare al problema. La nostra provincia ha un'équipe sanitaria formata ad hoc per riconoscere certe problematiche, e agisce insieme a un tessuto sociale collaborativo.
Come lavora l’équipe del Codice rosa. Il Codice rosa, il sistema centralizzato delle informazioni e la sinergia tra tutti gli "attori sociali" contribuiscono a far emergere con maggiore celerità situazioni di disagio.
«Attiviamo il percorso di aiuto prima che le vittime siano uscite dalla struttura sanitaria - spiega la dottoressa Bani - Quando sono fuori dall’ospedale, dal consultorio o comunque dal luogo a cui si sono rivolte, hanno un appuntamento fissato con qualcuno in grado di aiutarle».
In una società «che ha scarsa attenzione verso i più deboli» sono cresciuti, negli ultimi anni, i casi di anziani maltrattati. Da chi?, chiediamo. «Da badanti, familiari... - risponde Bani - Anche questo è un fenomeno sociale da non sottovalutare».
Ma come lavora l’èquipe provinciale del Codice rosa? «Innanzitutto - spiega Monica Bani - la nostra, intesa come provincia di Pistoia, è un’esperienza che parte da lontano. Dai primi anni duemila, quando iniziò un lavoro sinergico tra Asl, Comuni, procura, forze dell’ordine, scuole, e fu costituita la commissione interistituzionale di contrasto all’abuso all’infanzia. Avevamo personale formato al Cbm (Centro per bambini maltrattati, ndr) di Milano... Si è sviluppata una sensibilità notevole. Dai bambini il nostro raggio d’azione si è esteso alle donne, e quando nel 2010 la dottoressa Vittoria Doretti, a Grosseto, ha avuto l’idea del Codice rosa, l’abbiamo cercata, entusiasti. Lei e il suo gruppo sono venuti qui, prima ancora che cominciasse la fase della sperimentazione regionale». Grosseto e Pistoia hanno fatto da apripista.
La squadra. L’équipe pistoiese del Codice rosa è composta da 15 persone: 3 infermieri e 3 medici del Pronto soccorso, 2 pediatri, 2 ginecologi, un’ostetrica, un infermiere geriatrico, un’ostetrica e una ginecologa del consultorio, un neuropsichiatra infantile. «Ci ritroviamo mensilmente per fare il punto della situazione. Ma tutto il personale ospedaliero, in special modo quello del Pronto soccorso - precisa Bani - è formato per riconoscere i segnali degli abusi».
Come funziona il Codice rosa?
«Nei Pronto soccorso ci sono una corsia riservata e un team multidisciplinare per la cura delle persone vittime di abusi. Prendendo ad esempio la donna con l’occhio nero arrivata in ospedale pochi giorni fa, l’infermiera del triage ha avuto il sospetto che non si trattasse di un fatto accidentale, come inizialmente sostenuto dalla donna. Mi hanno chiamata, è stata portata nella “stanza rosa”, collocata in un punto particolare del Pronto soccorso, meno accessibile. Come spesso avviene, il compagno era in sala d’attesa. Il medico spiega alla donna che ha la possibilità di seguire una terapia psicologica, di parlare con specialisti. Se, come in questo caso, si apre e ammette di sentirsi in pericolo, può essere trattenuta in Obi (Osservazione breve intensiva). Il marito è alcolista, lei voleva salvare il matrimonio, ma capiva di non essere al sicuro. Ha deciso di sporgere denuncia».
A insospettire gli operatori sanitari il fatto che la donna si fosse presentata un’altra volta al Pronto soccorso con ferite simili. «Si accende un alert accanto al nome, quando ci sono accessi simili». «Alcuni - prosegue Bani - ci accusano di militalizzare il Pronto soccorso, di voler fare denunciare le donne. Non è questo l’intento del Codice rosa. Noi raccogliamo informazioni, abbiamo indicatori e mezzi che ci permettono di individuare chi è vittima di abusi e aiutarla. Nessuno esce dal Pronto soccorso senza un appuntamento fcon qualcuno in grado di aiutarlo».
Oltre al personale ospedaliero sul territorio ci sono apposite “sentinelle” in grado di riconoscere i casi di abusi: «I volontari delle associazioni, gli insegnanti, i medici di base, i pediatri, i farmacisti. Sono stati, con il tempo, formati e danno un contributo fondamentale».
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