Sicurezza
«Ciao amico, il tempo ti è stato rubato»
Nella chiesa di San Giuseppe il ricordo dei compagni di scuola di Antonio Minichello. In centinaia per l’addio allo studente
QUARRATA. «La vita Antonio non è stata leale con te, ha barato. Non passa attimo senza sperare che nel chiudere e riaprire gli occhi tutto torni come prima: che torni la gioia, che torni il sorriso, che torni tu "Mini". Caro Antonio, dove sei? Il nostro sguardo è vuoto, il nostro cuore è vuoto, la nostra anima piange lacrime così amare che mai avrebbe dovuto piangere».
Lacrime che crollano anche dal cielo mentre dentro la chiesa di Violina, a Quarrata, i ragazzi si stringono la mano, si abbracciano, piangono. E promettono: «Noi ti faremo rivivere ancora. Saremo lì a portare avanti le tue speranze e le tue passioni. Faremo ripartire la tua Vespa, perché se lei è viva lo sei anche tu. Adesso vola in alto e non fermarti mai».
È sabato mattina. I compagni di scuola, quelli delle medie Bonaccorso da Montemagno e quelli dell'Istituto Fedi-Fermi, sono tutti in chiesa per i funerali di Antonio Minichello: «Un amico, un fratello a cui il tempo è stato rubato». La vita con lui ha barato lunedì sera, poco prima della mezzanotte, sull'ex Statale 66, dove il sedicenne di Quarrata è morto travolto da un'auto dopo essere caduto dalla sua moto. In quel momento, come ha detto don Ugo Feraci citando le sacre scritture, il sole è eclissato ed è venuto il buio su tutta la terra.
"Mini", così lo chiamavano gli amici, stava tornando a casa dai suoi genitori, babbo Luigi e mamma Ganxhe. Dal fratellino. Dalla sorella minore, che sabato mattina è entrata in chiesa stringendo un casco rosso e bianco tra le mani. «Un fratello - scriveva lei sulla bacheca di Antonio per il suo compleanno, il 3 ottobre scorso - è per sempre. Il nostro legame non lo scioglie nessuno».
Antonio voleva fare il meccanico. Smontava e rimontava pezzi di motore nel piccolo garage di casa. Il suo angolo di paradiso. «La Vespa ti sta ancora aspettando, è ferma nella speranza che il suo padrone torni prima o poi a rimontarla» dice un suo compagno di classe dal pulpito della chiesa di San Giuseppe Artigiano.
Il rientro a scuola, mercoledì, «è stato come farsi chilometri a piedi spingendo la moto... C'era così tanta rabbia nell'aria».
Perché in quella classe, la terza C di Meccanica dell'istituto Fermi-Fermi, Antonio portava l'allegria. Ogni santo giorno. «Era un continuo scoppiare a ridere con te. Eri - ricorda un amico - un casinista che nonostante le sgridate usciva sempre a testa alta. Speriamo ancora di vederti entrare da quella porta, come quando facevi ritardo per colpa del tempo o della Vespa che non partiva».
«Questo momento - ha detto don Ugo Feraci - ci dà speranza, perché ci fa vedere che l'amore unisce e che l'amicizia va oltre le tragedie della vita». Quella vita che, dicono gli amici, non è stata leale. «A sedici anni - scrivono in una lettera gli ex compagni delle medie - ti senti invincibile, vivi ogni giorno al massimo sapendo che ne avrai ancora milioni e milioni per rimediare ad ogni sbaglio e realizzare ogni tuo sogno. A te invece, Antonio, questo tempo è stato rubato».
Sedici anni anche loro. Gli occhi nascosti dalle lacrime. «C'è piombato tutto addosso senza preavviso in quella mattina troppo calda per essere novembre». La mattina di Ognissanti.
«E pensare che appena una settimana fa progettavamo la nostra gita sicuri che avremmo riso e scherzato tanto, perché con te era impossibile non essere allegri. Ci credevamo, lo sai? Prima o poi a Berlino ci andremo e ti porteremo con noi».
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