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L’incubo di un’anziana: «Otto ore di attesa al pronto soccorso»
Il racconto della nipote che l’ha accompagnata al S. Jacopo «Volevano dimetterla, ma ho detto no e un letto si è trovato»
Si sente male, sviene in casa, viene portata al pronto soccorso alle 10 e deve aspettare le 18 per avere una trasfusione di sangue. Lei ha novant'anni però, è cardiopatica, soffre di osteoporosi, ha delle vertebre schiacciate e altri problemi di salute. Una storia come tante, è vero, ma che suiscita la reazione arrabbiata dei familiari.
«Non è giusto, non è possibile che possano accadere queste cose» dice la nipote della novantenne, Silvia Pasqualini. «Mia nonna è entrata al pronto soccorso dell'ospedale San Jacopo intorno alle 10 di lunedì mattina. Ha dovuto aspettare fino alle 18 per avere la prima trasfusione e le 21 per la seconda. Oltretutto, è stata lasciata per tutto il giorno, senza che qualcuno si avvicinasse a lei per chiederle se avesse bisogno almeno di un bicchiere d'acqua. Aveva necessità di andare in bagno e le hanno dato una padella: ma lei si è bagnata completamente».
Poi la nipote torna a raccontare. «Si è sentita male in casa, ad avvertirmi è stata la ragazza che le fa le pulizie. Così abbiamo chiamato subito il 118. Portata al pronto soccorso, è passata dall’accettazione e, dopo un'oretta, ha fatto le analisi del sangue. Da lì più niente».
Poi c’è stato solo da attendere, fino alle 18, quando, finalmente, è arrivata la prima trasfusione. Poi alle 21 la seconda.
«Alle 23 circa volevano dimetterla -racconta Silvia- allora mi sono arrabbiata con il medico di turno. Possibile che una donna di novant'anni, in quelle condizioni, dopo una giornata intera all'ospedale, debba essere mandata a casa a quell'ora? Il medico mi ha risposto che in quel momento non c’erano letti liberi e che al massimo potevano portarla a Pescia"».
Silvia non si arrende, protesta e minaccia e alla fine, dice, un letto salta fuori. Il giorno dopo l'anziana signora viene dimessa.
«Non sta ancora bene, vomita -continua la nipote- non è la prima volta che ha avuto bisogno di trasfusioni: ma l'hanno sempre ricoverata e monitorata. Ho voluto raccontare la mia storia affinché si possano trovare delle soluzioni».
Alessandra Tuci
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