Sicurezza
«In bici in via Pratese, vidi le case crollate»
PISTOIA. «Io quel giorno me lo ricordo bene. La notte avevano bombardato. Passai dalla via Pratese intorno alle 9, in bicicletta, portavo mia nonna a casa di mio zio, che abitava lì. In via Pratese...
PISTOIA. «Io quel giorno me lo ricordo bene. La notte avevano bombardato. Passai dalla via Pratese intorno alle 9, in bicicletta, portavo mia nonna a casa di mio zio, che abitava lì. In via Pratese erano cadute delle bombe, proprio nel punto dove ora è stata ritrovata quella inesplosa. Delle case erano venute giù, c’era stata una decina di morti. Ma il ponte della ferrovia, che è lì ad una decina di metri, così come è ancora oggi, non fu neanche scalfito da quelle bombe».
A parlare è Vincenzo Melani, dipendente in pensione del Comune, 95 anni, testimone oculare del bombardamento della città nella notte tra il 24 e il 25 ottobre 1943, il primo della serie che colpì Pistoia in quei mesi terribili.
Melani ha telefonato al “Tirreno” per fare una protesta: a suo parere l’evacuazione di mezza città, domenica 31 luglio, per disinnescare la bomba trovata in via Provinciale Pratese è una esagerazione. «Lo dico – spiega – perché mi ricordo bene che quelle bombe che caddero in via Pratese distrussero alcune case e fecero dei morti, ma ad esempio il ponte della ferrovia, che è ancor oggi dove era allora, non fu toccato. Ed è distante solo poche decine di metri. E allora che senso ha evacuare mezza città? Di certo la bomba ritrovata adesso sarà uguale a quelle che esplosero allora. Insomma, mi sembra esagerato». Melani spiega di abitare adesso in via Catalani, fuori dal perimetro delle case che domenica dovranno essere evacuate. «Ma se l’evacuazione fosse toccata anche a me, mi sarei rifiutato, ne stia certo».
Chiarita la protesta, Melani completa il suo racconto. «Allora – dice – abitavamo in via Palestro. Fu a tarda sera che mio padre mi chiamò alla finestra, per farmi vedere i bengala che illuminavano la città. Capimmo che stava per arrivare il bombardamento. Erano gli inglesi, perché gli americani bombardavano di giorno. Chiudemmo tutto e difatti andò bene».
«In famiglia – continua Melani – la peggio capitò a mia nonna, che stava in piazza Garibaldi. Lo spostamento d’aria di una esplosione le scagliò una persiana sul letto, dove per fortuna lei non c’era. Ma decidemmo di trasferirla via dal centro. Così la mattina dopo il bombardamento presi la bicicletta, caricai mia nonna sulla canna e mi avviai verso via Pratese, dove stava mio zio».
I ricordi di Vincenzo Melani sono lucidi, nitidi, nonostante da quei fatti siano passati 73 anni. «Arrivammo in via Pratese e vidi che c’erano alcune case crollate per le bombe. Seppi che una decina di persone erano morte. Il punto dove erano scoppiate le bombe è proprio quello dove ora hanno trovato la bomba che non è esplosa. Mi ricordo che il ponte della ferrovia era intatto e persino le case dall’altra parte della strada non erano state danneggiate dalle esplosioni delle bombe. Non so quante ne esplosero, in realtà, penso almeno un paio. Ma sicuramente la loro potenza era la stessa di quella dissotterata adesso. Per questo non capisco perché debbano essere prese tutte queste precauzioni, mi sembra francamente che si stia un po’ esagerando».
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