Il Tirreno

Pistoia

I giudici bocciano le richieste dei Valiani

di Fabio Calamati
Lo storico Caffè Valiani in centro a Pistoia (Foto Gori)
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Lo storico Caffè Valiani in centro a Pistoia (Foto Gori)

Per il Consiglio di Stato il Comune non dovrà versare alcun risarcimento dopo il no alla trasformazione in banca del locale

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PISTOIA. Il Consiglio di Stato ha messo la parola fine al braccio di ferro che durava da tre anni tra la famiglia Valiani, proprietaria dello storico caffè di via Cavour, e il Comune. Quest’ultimo non dovrà versare nessun risarcimento per aver detto no all’operazione che voleva trasformare il locale nella sede di una banca. Non solo: lo spiraglio che il Tar aveva aperto due anni fa sulla possibilità che al posto del bar potesse aprire un altro tipo di attività, pare essersi definitivamente chiuso.

Ma andiamo con ordine. La notizia di oggi è la sentenza del Consiglio di Stato, depositata il 20 luglio scorso, che respinge definitivamente le richieste di risarcimento della famiglia Valiani nei confronti del Comune. Tutto nasce dalle trattative che la storica famiglia, proprietaria dell’immobile dove fino ad alcuni anni fa era ospitato uno dei “locali storici d’Italia”, nel 2012 aveva intavolato con la Banca di credito cooperativo di San Pietro in Vincio, che voleva aprire in centro una filiale in un contesto di prestigio. Nell’ottobre di quell’anno, così, fu chiesto al Comune se l’edificio di via Cavour avrebbe potuto ospitare una banca. A gennaio 2013 il Comune rispose di no: una cosa del genere avrebbe contrastato con il valore simbolico assunto dal Caffè Valiani, “che fa parte del selezionato elenco dei locali che conservano ricordi, cimeli e arredi di valore culturale e artistico per la storia nazionale”. Il “no” fece saltare il contratto con la banca e spinse i Valiani a fare ricorso al Tar per cancellare quel rifiuto ed ottenere anche un risarcimento. I giudici amministrativi nel 2014 negarono il diritto al risarcimento, ma ammisero che il Comune aveva avuto torto a negare in anticipo il permesso di aprire una banca nello storico locale: una successiva richiesta avrebbe dovuto essere esaminata nel merito.

I Valiani non si accontentarono e - siamo al 2015 - bussarono al Consiglio di Stato per ottenere risarcimento e via libera al cambio di destinazione. Palazzo di Giano si costituì in giudizio e, dopo il deposito di memorie e contromemorie, la parola è passata ai giudici romani.

I quali hanno fatto subito pendere la loro bilancia dalla parte del Comune, accogliendo un argomento dei legali di Palazzo di Giano: la diatriba non è fondata perché il “no” ricevuto dai Valiani a suo tempo non fu un atto vero e proprio (come il diniego ad una pratica edilizia) ma un semplice parere, per quanto qualificato: il Comune, se i Valiani fossero andati avanti, avrebbe potuto rispondere sì o no indipendentemente dal parere. Quindi l’errore fondamentale fu del Tar del 2014, che sbagliò ad esaminare il ricorso originario dei Valiani: avrebbe dovuto respingerlo subito. Tanto meno fondato, quindi, è oggi il secondo ricorso e, con esso, la richiesta di rimborso.

Nel merito della legitittimità o meno di poter accogliere una banca o altra attività commerciale nell’ex Valiani, il Consiglio di Stato non entra, limitandosi ad osservare che gli argomenti al riguardo sono stati ritenuti “non rilevanti ai fini della decisione e comunque inidonei a supportare una conclusione di tipo diverso”. Per la cronaca, comunque, tutte le memorie dei Valiani insistevano per la legittimità dell’operazione e quelle del Comune per il contrario.

Fin qui la giustizia amministrativa. Rimane il fatto che da anni all’ingresso di quello che fu un elegante Caffè storico c’è un tavolone di legno con scritto “affittasi”. Un “buco nero” nel panorama commerciale della città, che tra pochi mesi finirà sotto i riflettori come capitale italiana della cultura.

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