Il Tirreno

Pistoia

Addio a Fontani cronista di razza dalla penna soave

di CANDIDA VIRGONE
Addio a Fontani cronista di razza dalla penna soave

Aveva 67 anni, il suo cuore nerazzurro l’ha tradito Fatale un attacco cardiaco nella casa di Vecchiano

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di CANDIDA VIRGONE

Un cronista attento e competente, un collega diretto e disponibile, un amico sincero, senza infingimenti, un maestro che non sale mai in cattedra, ma sa starti accanto e consegnarti con feconda modestia quel che sa. È stato, per me, tutte queste cose Giuliano Fontani. Mi ha insegnato una buona parte del mestiere, in particolare sulla cronaca giudiziaria, mi ha incoraggiato con passione e fiducia quando muovevo i primi passi, mi ha ripreso con ironia se sbagliavo, ma, soprattutto, da tenace e sfegatato tifoso qual era, si è sforzato, inutilmente purtroppo per lui, di farmi appassionare a qualcosa che in testa non mi è entrato mai: il pallone…

Un buon giornalista, per me, non si racchiude nei confini di una scrittura amabile e corretta, deve anche essere un lettore attento e curioso e una persona che sa stare in mezzo alla gente e, empaticamente, sforzarsi di capirne i problemi. Giuliano queste qualità le aveva tutte, e non ne faceva inutile sfoggio: di sicuro ci conviveva con una naturalezza invidiabile, ci stava dentro pacificamente come in un paio di scarpe vecchie e comode. Lettore infaticabile di libri e giornali, scrittore raffinato e dotato di un lessico ricchissimo, aveva il dono di saper comunicare con tutti con umiltà e pazienza, pur portando avanti con tenacia, sempre, il suo punto di vista su qualsiasi argomento. Ci ha lasciato ieri mattina all'improvviso, stroncato da un attacco cardiaco che lo ha colto a casa sua a Vecchiano, a 67 anni, fra lo sgomento dei colleghi: la sera prima, infatti, era stato all'Arena Anconetani con tanti di loro, a tifare per il suo adorato Pisa. E c'è da star certi che quello che batteva nel suo petto era un cuore nerazzurro.

Erano gli Anni Sessanta quando iniziò a collaborare all'allora Il Telegrafo: vi era approdato con i calzoni corti, ragazzino, e aveva iniziato proprio scrivendo, su una vecchia Olivetti nera, della squadra nerazzurra, una passione che lo ha accompagnato appunto per tutta la vita, fin quasi all'ultimo respiro. Accanto all'amico Sergio Carlesi, compagno di tante battaglie, era stato fra i tanti di noi che avevano visto il licenziamento da parte dell'editore Monti, la chiusura della testata, la parentesi della cooperativa e la lunga, estenuante, trattativa col gruppo L'Espresso, che negli anni Settanta voleva lanciarsi nell'avventura dei quotidiani locali e che lo fece proprio partendo da Livorno, rilevando quel piccolo giornale in crisi, Il Telegrafo, un giornale che, tornando al vecchio nome de Il Tirreno, diventerà la prima delle ben diciotto testate che oggi compongono il Gruppo Finegil. Giuliano Fontani è diventato giornalista professionista alla fine degli anni Settanta ed ha anche collaborato con diversi giornali sportivi, con quotidiani nazionali e siti on line: ultimamente era tra le colonne del giovanissimo AltraToscana.info. Per anni, prima di una carriera che lo ha portato alla guida delle redazioni del Tirreno in mezza Toscana (Pisa, Pistoia, Montecatini Terme, Massa e Carrara), aveva scritto di spo. rt e giudiziaria. E, come tutti i bravi cronisti di nera che si rispettino, aveva collezionato una lunga serie di querele che lo portavano e lo portarono spesso - senza mai essere condannato, come la sottoscritta, sua allieva anche in questo - davanti ai giudici del tribunale di Livorno, competente per territorio in quanto sede del luogo in cui è depositata la testata. Uno di questi, un giorno lo apostrofò dicendogli: “Ma Fontani, è possibile che me la ritrovo sempre davanti?”. Aveva sottovalutato, il malcapitato, la sua battuta pronta. “Che colpa ne ho io, signor giudice - gli rispose sorridendo - se lei non fa carriera?”. “Bel tipo - commentava poi con noi ridendo - Faccia carriera e vedrà che si libererà di me…”. Aveva fatto parte della vecchia prima squadra del Tirreno sotto il gruppo L'Espresso: Carlesi capo, lui vice, Marco Barabotti, e una giovane praticante, la sottoscritta, assolutamente alle prime armi. Erano gli anni in cui Giuliano seguiva la squadra nerazzurra in tutta la penisola, dopo il faticoso ma rapido passaggio in B e poi in A con la presidenza di Anconetani, anni di cui ricordo soprattutto esilaranti schermaglie quotidiane fra lui e il mitico Romeo, diatribe spesso sanate con fatica e una buona dose di forzata diplomazia da Carlesi. Devo dire, e lo dico con ammirazione, che fu uno dei pochi capace di fronteggiarlo senza mai cedere all'ossequio o alla lusinga, come preferivano fare altri senza tanti complimenti e per evitare il peggio, affrontandolo con coraggio e, in fondo, ricevendone il rispetto che si ha per gli avversari più duri.

Negli Anni Ottanta aveva sposato la fisioterapista che lo aveva curato, Anna Maria Tonazzini, protagonista con lui di un grande e lungo amore che neanche la morte potrà separare. Non so perché, ma mi piace pensare che ci abbia lasciato in silenzio, con quel sorriso che aveva sempre stampato in faccia, volendoci trasmettere la saggia consapevolezza di trovarsi di fronte ad un appuntamento irrinunciabile e senza preavviso. Tranquilli - avrebbe detto - è la vita. Ed è con questa consapevolezza che è stato più lieve dirgli addio.

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