Sicurezza
Lenzi, la fine della dinastia del mobile
Morto Alessandro, pronipote di Alfonso. Un impero da 500 operai negli anni ’60-70 e il palazzo di vetro di via Montalbano
QUARRATA. È una Quarrata che non esiste più quella della famiglia Lenzi, del materassaio Alfonso (detto "Fonzino"), dei figli Nello e Guido, e della loro fabbrica di mobili che dava lavoro a più di cinquecento persone.
Senza i Lenzi, nel bene e nel male, non ci sarebbe stata la città del mobile. Né gli artigiani del legno, costole dell'impero di Alfonso, Nello e Guido. «Appena finita la scuola, vai a lavorare dal Lenzi» dicevano le mamme ai figli negli anni Cinquanta. Un po' come si diceva a Pistoia per la Breda.
Un'avventura industriale lunga mezzo secolo che, seppur finita ormai da tempo, si è simbolicamente conclusa nel giorno della santa Pasqua, quanto se n'è andato l'ultimo esponente dell'impero del mobile quarratino.
Alessandro Lenzi, nato nell'estate del '55, è morto domenica all'ospedale "Versilia" di Lido di Camaiore. Pronipote di Alfonso (Fonzino), nipote di Nello e figlio di Luigi (fratello di Guido, che morì in auto a vent'anni), Alessandro da tempo viveva sulla costa tirrenica con la moglie e la figlia. Aveva lasciato Quarrata da decenni. Ma anche lui negli anni Settanta, quando il tracollo era all'orizzonte, faceva parte dell'impero di divani. Si occupava di commercio e non di produzione, anche perché gli splendori della fabbrica erano ormai anneriti dalla fuliggine dell'incendio scoppiato nel '68.
Per chi lo ha conosciuto da piccolo, Alessandro era come un uccellino in una gabbia d'oro. «Aveva bisogno di amicizie - ricorda Carlo Giannini, che con lui ha condiviso infanzia e giovinezza - Di Alessandro non si poteva che ammirarne la grande semplicità». Cresciuto nel lusso, rampollo di una delle famiglie di industriali più importanti dell'epoca, «non è mai stato avido». «Era semplice, come tutti noi» va avanti Giannini, che è figlio di quella che fu l'insegnante di Alessandro nei primi anni di scuola. Poi, com'era scritto, «andò al collegio La Querce di Firenze». E mentre lui si assicurava un'ottima educazione, «qui a Quarrata continuavano a dire ai bambini "appena finita la scuola vai a lavorare dal Lenzi".
La città viveva in virtù di questo mobilificio che, nell'epoca d'oro, quando c'erano 11.000 abitanti, aveva più di 500 dipendenti. Si può dire di tutto e di più su come la storia sia andata a finire, del declino cominciato con il primo incendio (1968,ndr), ma - va avanti Giannini - non si può mettere in dubbio che la vita della città girava intorno a questa industria, capace di esportava prodotti in tutto il mondo. Senza la famiglia Lenzi, non ci sarebbe stato il mobile a Quarrata. Da piazza Risorgimento, i capannoni della produzione arrivavano fino alla chiesa. E poi avevano terreni ed edifici ovunque».
Nella prima metà degli anni Venti, «i Lenzi facevano la vita dura di molti loro concittadini: Alfonso, il capofamiglia, era infatti materassaio, vale a dire che disfaceva e ravvivava la lana del materasso dei più ricchi, i soli che potessero permetterselo» scrive Marco Bagnoli nella rivista Noi di Qua, in un pezzo sul manoscritto dell'ex dipendente Lenzi, Maffeo Morini, che racconta della vita fuori e dentro la fabbrica.
Dai materassi si passa all'intuizione dei divani. E poi ai 500 operai, e al palazzo di vetro di viale Montalbano, costruito sul finire degli anni Sessanta: «Orgoglio di Quarrata e ultimo tentativo dei Lenzi per riconfermare il loro potere nel territorio» si legge nel pezzo pubblicato da Noi di Qua a firma di Massimo Cappelli, che dà testimonianza del passaggio del «gran maestro della loggia massonica P2 Licio Gelli, allora direttore della Permaflex» all'inaugurazione dell'edificio.
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