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Chiusa in casa a Bruxelles mentre fuori regna la paura
Il giorno dopo i sanguinosi attentati terroristici, il racconto di Elena, 28 anni che da alcuni mesi lavora in Belgio per un’organizzazione internazionale
PISTOIA. Un senso di impotenza e di terrore, per essere «nel posto sbagliato nel momento sbagliato». Elena Gai, 28 anni, pistoiese, lavora e vive a Bruxelles da un paio di mesi, in un’organizzazione internazionale. Ieri è rimasta barricata in casa, in una città ancora pervasa dalla paura. Oggi tornerà in ufficio, però in auto: niente metro.
«Proprio per problemi logistici ho preferito non recarmi sul posto di lavoro, anche perché la mia zona è tra le più rischiose – racconta al telefono – C'è ancora tanta paura, io sto meglio ma sono ancora scossa. Dalle finestre vedo che in strada c'è poco movimento di gente, solo tantissime forze dell'ordine e uomini dell'esercito. Ho sentito due diverse auto della polizia passare a sirene spiegate e a tutta velocità. Domani tornerò a lavoro, ma sempre con un'auto privata. In questa zona il senso di timore è tangibile più che da altre parti. Eppure, da quando sono arrivata a Bruxelles, ho sempre avuto la sensazione che il livello di vigilanza fosse molto alto: qualcosa sicuramente deve aver fallito».
Martedì scorso, il giorno degli attentati, fortunatamente Elena ha percorso a piedi e in bus il tratto di strada che dal quartiere Schuman, dove abita, la conduce in ufficio. Un caso fortuito che non si trovasse dunque nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Alle 7,45 infatti Elena è uscita e ha camminato fino alla stazione degli autobus, per poi prendere il bus della linea 12: è stato lì sopra che è venuta a sapere dell’esplosione all’aeroporto.
«Probabilmente sono riuscita a prendere l’ultimo mezzo pubblico disponibile – racconta al telefono – Entro a lavoro alle 8,30 e spesso per camminare un po' preferisco non prendere la metro. Poi salgo sulla linea 12, che tocca i punti nevralgici della città: Schuman, istituzioni europee e aeroporto di Zaventem. L'autobus è sempre affollatissimo: poco prima di scendere una donna che stava andando all’aeroporto ha dato ad alta voce la notizia delle due esplosioni».
«Ci siamo guardati tutti allibiti – continua – non sapevamo ancora quale fosse l’origine delle esplosioni. Dopo pochi minuti sono scesa e sono corsa in ufficio: lì mi hanno confermato la notizia. E verso le 9,30 sono arrivate le prime notizie sull’esplosione alla stazione di Maelbeek».
Solo tra le 11 e le 12 le autorità belghe si sono espresse in modo ufficiale sull'attacco dell'Isis e le persone sono state invitate a non abbandonare i luoghi in cui si trovavano per il pericolo di altre bombe.
«Non potevo usare il cellulare, ma sono riuscita comunque a mettermi in contatto con la mia famiglia, che vive a Pistoia, per tranquillizzarla. Siamo rimasti tutti con il fiato sospeso in attesa di nuove notizie, poi verso le 18 sono riuscita ad abbandonare il luogo di lavoro con un’auto privata insieme ad altri colleghi. Tutti siamo usciti dall'edificio. Dietro di noi abbiamo notato una macchina nera della polizia con uomini armati di mitra e il volto coperto, sicuramente forze speciali belghe che stavano preparando una retata».
«Arrivata a Schuman, il quartiere dove vivo – conclude – ho visto forze dell’ordine ovunque, camionette dell’esercito e giornalisti».
altri servizi da pag. 2 a pag. 11
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