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Pistoia

L’azienda risarcirà le dipendenti spiate

L’azienda risarcirà le dipendenti spiate

Pistoia, Bardelli Casa condannata per le telecamere in bagno: 105.000 euro alle quattro ex lavoratrici. Ma il successivo licenziamento fu legittimo

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PISTOIA. Riprese in bagno da una telecamera nascosta su un soppalco. In un luogo dove avrebbero dovuto sentirsi al sicuro: il posto di lavoro. Per il giudice Maria De Renzis il danno morale c’è stato, e le quattro ex dipendenti della Bardelli Casa hanno diritto a un risarcimento. Quantificato per tre di loro in 25.000 euro e per una in 30.000 euro, in considerazione dello stress post traumatico subìto a causa della visione dei filmati.

Al termine dell’udienza tenutasi al tribunale del lavoro il 1 marzo il giudice ha però respinto la domanda relativa alla dichiarazione di illegittimità del licenziamento. L’uscita delle quattro dipendenti dall’azienda di Bottegone non è riconducibile a una ritorsione per la denuncia-querela presentata nei confronti del figlio del titolare, Benedetto Bardelli, ma alla crisi della ditta, con bilanci negativi già dal 2003. La cassa integrazione e il licenziamento delle quattro donne è stato seguito, poche settimane dopo, a inizio del 2011, dalla cessazione dell’attività aziendale.

Tre delle quattro dipendenti erano rappresentate dall’avvocato Alessandro Pretelli, una dall’avvocato Gianluca Lomi. La Bardelli Casa Srl (in persona del liquidatore protempore, dottor Carlo Bardelli) era difesa dall’avvocato Antonella Nardi.

In sede penale, nell’ottobre del 2014, la vicenda ha visto, in primo grado, la condanna a un anno e sei mesi per Benedetto Bardelli, 48 anni, figlio dei titolari dell’azienda di Bottegone, specializzata nella produzione e vendita di biancheria per la casa. Il giudice monocratico,Daniela Bizzarri, l’ha ritenuto colpevole del reato di interferenze illecite nella vita privata (articolo 615 bis del Codice penale). A ciascuna delle quattro ex dipendenti Bardelli è stato condannato a pagare una provvisionale di 10.000 euro, con il versamento effettivo della cifra legato alla sospensione della pena.

Tutto era nato da una denuncia-querela sporta nel luglio 2010. Si erano accorte, qualche tempo prima, di un comportamento sospetto. Quando una di loro andava in bagno, Bardelli si alzava dal posto di lavoro per piazzarsi di fronte a un altro computer. Approfittando dell’assenza di altre persone il 13 luglio due di loro avevano ispezionato il bagno, scoprendo una piccola telecamera con l’obbiettivo direzionato verso il water, e collegato attraverso una serie di cavi al pc posto davanti alla porta di ingresso del bagno. Esaminando il computer, avevano scoperto un’icona, contenente a sua volta molte immagini registrate delle quattro donne in bagno. Una volta copiati i file video avevano parlato della scoperta con i titolari, sporgendo denuncia. Al ritorno dalle ferie si erano rese conto che nei confronti dell’uomo non era stata alcuna sanzione disciplinare, e che dal pc era sparito l’hard disk che fino a pochi giorni prima era visibile nella colonna. A ottobre il datore di lavoro aveva avviato le procedure di cassa integrazione. A dicembre era arrivata la lettera di licenziamento, per “giustificato motivo” a causa del perdurare della crisi. Le lavoratrici hanno contestato la decisione. Tramite i loro avvocati hanno presentato, nel 2011, ricorso al tribunale del lavoro per avere (in via principale) la dichiarazione di nullità dei licenziamenti, o (in via subordinata) la dichiarazione di illegittimità. Secondo il giudice del lavoro era invece evidente la situazione di difficoltà della Bardelli Casa, e quella del titolare è stata una scelta imprenditoriale non censurabile. Ritiene invece sia stata fornita “ampia dimostrazione” del danno morale ricevuto, e in base all’ex articolo 2087 del Codice civile ha disposto il pagamento complessivo di 105.000 euro per le quattro donne. Di cui una, al momento del licenziamento, era vicina alla pensione. Solo un’altra ha trovato lavoro, part time.

Tiziana Gori

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