Il Tirreno

Pistoia

«Io, abbandonata a morire in quel fosso»

di Beatrice Faragli
«Io, abbandonata a morire in quel fosso»

Travolta da un pirata della strada e sopravvissuta per miracolo, lancia un appello: «Fermatevi, dateci una possibilità»

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PISTOIA. «Fermatevi, non abbiate paura. Per noi vittime della strada dieci minuti possono fare la differenza. Abbiamo il diritto di combattere per provare a salvarci».

Graziella Palmisano, 45 anni, è una sopravvissuta. «Una “miracolata” mi hanno definita all’ospedale».

L’11 maggio scorso è stata travolta da un’auto pirata lungo via Fiorentina, a Bottegone. Sbalzata oltre il guardrail, è stata lasciata in fin di vita in un fosso. Adesso, da miracolata, si rivolge «ai ragazzi che scappano». Così com’è scappato il suo investitore, Mirko Monaco, trentunenne di Quarrata. «L’incidente può succedere a tutti. Anche a me. Può accadere a chiunque guida. Ma non posso capire l’omissione di soccorso. Può darsi anche che chi viene investito non si salvi, però è giusto dargli una possibilità. È peggio vivere con il rimorso di avere ammazzato qualcuno che, forse, chissà, si sarebbe potuto salvare».

Come Giuseppe Palumbo, il cuoco montalese investito dall’auto del pirata della strada Francesco Ferraro domenica pomeriggio ad Agliana, e ritrovato morto il giorno dopo in un fosso, anche Graziella è stata abbandonata agonizzante dove nessuno avrebbe potute vederla. Una condanna a morte. «Quando ho saputo di quest’uomo, Giuseppe, ho rivisto la mia storia – racconta – La scena è la stessa. Sono stata malissimo. Mi dispiace per lui, per la sua famiglia. Anche io potevo morire. Perché sia sopravvissuta, è inspiegabile».

Dopo essere stata travolta dalla Suzuki Gran Vitara di Mirko Monaco, intorno alle dieci di sera, Graziella ha trovato la forza di trascinarsi fino alla strada. Come se qualcuno l’avesse presa per mano, tirata, partorita di nuovo. «Mi ha visto un ragazzo giovane, che ha subito chiamato i soccorsi. Lo ringrazio, mi ha salvata. Ha fatto quello che avrebbe dovuto fare chi mi ha investita. E quello che dovrebbero fare tutti in queste situazioni, anche quando il guidatore sa di aver bevuto. Dateci la possibilità di salvarci, di vivere. Dateci almeno una speranza». «Abbiamo una legge che fa paura. Noi vittime della strada – continua – non siamo tutelate».

La donna, che abita a Quarrata con i suoi due figli, è rimasta sull’asfalto in condizioni gravissime. Disperate. «Anche ai miei ragazzi i medici avevano detto di salutare la mamma la notte dell’incidente. Nessuno pensava che sarei sopravvissuta, e guardando la cartella clinica posso solo dire che è stato un miracolo. Avevo l’osso della gamba spezzato e un’emorragia cerebrale. Mi hanno operata due volte alla testa in poco tempo. Quando è arrivata l’ambulanza ero in coma, e durante il trasporto all’ospedale ho avuto un arresto cardiaco».

Se nessuno l’avesse trovata, Graziella sarebbe morta in quel fosso di via Fiorentina. Come Giuseppe Palumbo, anche lei, appena uscita dal lavoro, stava andando dal figlio. Il cuoco montalese aveva appuntamento con Desi. Lei con Alessandro, adesso ventiduenne, che dalla sera dell’incidente si è fatto carico di tutto. È stato un pilastro per la sorella minore. Ha pensato alle faccende burocratiche. Non si è concesso il lusso di crollare. È il suo volto, accanto a quello dell’altra figlia, il primo ricordo di Graziella all’ospedale di Careggi.

«Quando mi sono risvegliata, ho visto i miei ragazzi con un sorriso che andava da un orecchio all’altro. Io non capivo. Non ricordavo e non ricordo niente di quella sera. Ale mi ha detto “mamma stai tranquilla, sei qui. Hai avuto un bruttissimo incidente”. Ma come, gli ho detto io, ho avuto un brutto incidente e tu ridi? Ancora non potevo sapere di essere una miracolata, e che i miei figli stavano sorridendo perché ero viva».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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