Sicurezza
Nessuna misura cautelare disposta dalla Corte d’appello
PISTOIA. Il Giudice delle udienze preliminari del Tribunale di Pistoia con ordinanza dell'11 ottobre 2013 ritenendo sufficienti gli elementi raccolti dispose il rinvio a giudizio dell'indagato...
PISTOIA. Il Giudice delle udienze preliminari del Tribunale di Pistoia con ordinanza dell'11 ottobre 2013 ritenendo sufficienti gli elementi raccolti dispose il rinvio a giudizio dell'indagato dinanzi la Corte d'Assise di Firenze per rispondere dell’omicidio del fratello e dell’occultametno del cadavere, anche senza che i resti di quest’ultimo fossero stati ritrovati.
La sera del 26 marzo 2014, a processo iniziato, all'interno del capannone industriale di proprietà di Luigi Orefice a Serravalle Pistoiese, in via Pierucciani 8, nel corso di alcuni lavori di manutenzione per conto dei nuovi affittuari, nascosto in una intercapedine situata a circa due metri di altezza, sorpa uno dei forni di verniciatura, fu rinvenuto un bidone metallico dal quale proveniva un forte odore di materiale organico in decomposizione. Dopo l'apertura del bidone, effettuata alla presenza del personale della Squadra Mobile intervenuto sul posto, si constatò che al suo interno vi era un corpo fatto a pezzi e privo della testa e delle mani, appartenuto a una persona di sesso maschile.
I campioni di materiale organico prelevati dal medico legale nel corso dell'autopsia furono analizzati dal Servizio di Polizia Scientifica di Roma, che estrasse dagli stessi il Dna comparandolo con quello acquisito da alcuni spazzolini da denti sequestrati all'epoca della scomparsa nell'abitazione della vittima. Ad esito di tali accertamenti emerse che il corpo rinvenuto nel bidone metallico e immerso in sostanze acide era di Rosario Orefice.
Al termine del processo di primo grado, il 16 giugno 2015, Luigi Orefice fu riconosciuto colpevole, dalla seconda sezione penale della Corte di Assise di Firenze, dei reati di omicidio aggravato e sottrazione aggravata di cadavere e condannato alla pena dell'ergastolo. Contestualmente fu dichiarato interdetto in perpetuo dai pubblici uffici e in stato di interdizione legale nonché decaduto dalla responsabilità genitoriale, ma non venne accolta la richiesta di misura cautelare avanzata del pubblico ministero.
La difesa di Luigi Orefice, rappresentata dall’avvocato Guido Tesi, infatti aveva già fatto ricorso contro la sentenza e contava molto sul fatto che i giudici della Corte di appello presieduta dal giudice Ettore Nicotra, accompagnato nel pronunciamento della sentenza, dai sei giudici popolari e dal giudice a latere Raffaele D’Isa non avessero disposto la custodia cautelare in carcere pur avendolo ritenuto colpevole di omicidio.
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