La manifestazione
Call&Call, stop alla cassa integrazione
Raggiunto l’accordo per la mobilità volontaria con 20 lavoratori. L’azienda ha partecipato al bando di Poste Italiane
PISTOIA. Venti i lavoratori della Call&Call che hanno accettato la mobilità incentivata. A fine anno termineranno i tre mesi di cassa integrazione iniziati a ottobre come conseguenza del calo di ordinativi per il call center di Sant'Agostino.
«Non ci sarà ricorso a ulteriori periodi di cassa integrazione», afferma il presidente Umberto Costamagna. L'imprenditore milanese, che nel febbraio del 2010 rilevò la Answers e i suoi 500 dipendenti al termine di una battaglia destinata a rimanere negli annali della storia sindacale pistoiese (culminata in cento giorni di occupazione dell'azienda prima della notizia dell'acquisto di Costamagna) aveva richiesto a ottobre un periodo di cassa integrazione a rotazione per gli attuali 230 dipendenti, con scadenza 20 dicembre. Proponendo esodi incentivatisu base volontaria per un numero massimo di cinquanta lavoratori.
«Hanno aderito in venti», fa sapere l'imprenditore lombardo. La buona notizia è che «rispetto al 25% di monte ore inizialmente previsto abbiamo usufruito della cassa integrazione per un 5-10% delle ore totali lavorate. Molto meno quindi, grazie alle ferie e agli arretrati smaltiti, e a una buona organizzazione del lavoro».
Lavoro che è calato, indiscutibilmente. Con la commessa principale, l'Enel, che ha ridimensionato i suoi rapporti con il call center: «Il calo è fisiologico - spiega Costamagna - Il mercato dell'energia vede nuovi competitor ed Enel sta risentendo della competizione. Non è in discussione la qualità del nostro lavoro».
Due anni fa Call&Call aveva in parte ovviato al problema aggiudicandosi la commessa Whirlpool. Poi la crisi del colosso degli elettrodomestici e l'accordo di riportare in azienda le cose che faceva fuori, come il servizio di contact center. «Su Whirlpool - spiega Costamagna - avevamo impiegato 50 persone». Quattro mesi l'imprenditore ha preso atto «di non poter continuare a raschiare il fondo del barile», ha convocato i sindacati e detto loro che serviva «un intervento chirurgico».
L'intervento, alla fine, è stato meno traumatico del previsto. Ma se il lavoro è sufficiente per non ricorrere nuovamente all'uso dell'ammortizzatore sociale, resta un'incognita l'aggiudicazione, per l'immediato futuro, di una commessa importante.
Nel primo dei quattro lotti di customer care messi a bando da Poste italiane, Call&Call si è classificata seconda. «Siamo nella fase di pre aggiudicazione. L'azienda calabrese che ha vinto il bando ha fatto un'offerta al massimo ribasso di 0,29 centesimi per minuto lavorato». Veramente bassa, è la constatazione del presidente di Call&Call. In questi giorni è in corso di verifica la validità dell'offerta vincitrice.
Quello che è certo, e Costamagna sta battendo forte da mesi alle porte del governo, è che delocalizzazione e gare al massimo ribasso stanno distruggendo un settore che può dare qualità e servizi efficienti. Il buon lavoro di pochi, afferma, rischia di essere mandato in frantumi. Call&Call non ha (per ora) delocalizzato e i suoi dipendenti sono tutti assunti. «Non possiamo competere coi prezzi richiesti da molti dei nostri committenti. Il sistema deve cambiare. Personale non specializzato, tecnologie non adeguate e delocalizzazione non possono essere il futuro del settore».
Tiziana Gori
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