Prosciolti per prescrizione ma colpevoli
Inceneritore di Montale, le motivazioni della sentenza di appello per gli sforamenti dell’estate 2007
MONTALE. Nessuna prova sul fatto che avrebbero potuto fare qualcosa per evitare il primo sforamento nell’aria di diossine e furani, quello accertato il 3 maggio 2007. Ma il secondo, quello certificato il 19 luglio successivo, visto che erano già venuti a conoscenza del precedente, avrebbero potuto facilmente impedirlo semplicemente spegnendo l'impianto. Fu per tale motivo che il 29 febbraio 2012 la giudice Patrizia Martucci condannò a un anno e mezzo di reclusione Giorgio Tibo e Maurizio Capocci, rispettivamente ex presidente del Cis srl ed ex responsabile dell'inceneritore di Montale.
Condanne cancellate poi lo scorso 17 settembre dalla Corte d’appello di Firenze. Ma solo per l’avvenuta prescrizione dei reati, scattata già l’11 settembre 2012. Nella motivazione della sentenza depositata la scorsa settimana, i giudici fiorentini spiegano infatti chiaramente che quei reati sono effettivamente stati commessi. E proprio per questo, sottolineando la responsabilità dei due imputati, hanno confermato la parte di condanna relativa al risarcimento del danno morale patito dalle parti civili che si sono costituite in giudizio: 1.000 euro a ciascuno dei 44 abitanti residenti nei dintorni dell’inceneritore e 400 euro alla sezione pistoiese di Legambiente, rappresentata dall’avvocato Pamela Bonaiuti.
«Gli articoli di stampa e le testimonianze ascoltate hanno dimostrato che l’evento suscitò notevole allarme nella popolazione, a causa dei notori sospetti in merito alla pericolosità delle emissioni di simili impianti, circa le quali non è escluso che concorrano a provocare patologie tumorali nel lungo termine; ed è quindi provato che questi soggetti hanno subito un danno relativo al loro stato di benessere, a causa della tensione e della forte preoccupazione ingenerate dalla notizia stessa e protrattesi per diversi gorni».
Nell’estate di 8 anni fa, dalle ciminiere dell'impianto di via Tobagi vennero rilasciate nell’atmosfera oltre i limiti di legge diossine e furani (capo di imputazione A). Seconda imputazione per Tibo e Capocci, l'aver mantenuto in funzione l'inceneritore per ben oltre le sole 4 consecutive ore previste dalla legge pur essendo a conoscenza che stava diffondendo sostanze altamente inquinanti. Terza accusa, l'aver provocato emissioni di gas, vapori e fumo atti a cagionare offesa e molestie alle persone.
Gli imputati hanno sempre attribuito gli sforamenti alla scarsa qualità di una nuova fornitura di carbone attivo per i filtri dell’impianto. Ma la Corte d’appello ha condiviso anche su tale punto la valutazione del giudice di primo grado. Citando la relazione del consulente tecnico Elio Cocchi, nominato per effettuare un accertamento tecnico preventivo da Legambiente. L’ingegnere riconosce che il carbone aveva caratteristiche prossime al limite inferiore delle proprietà dovute, ma accerta che era comunque “capace di produrre abbattimento di inquinanti in misura indeterminata ma non trascurabile”. Il consulente esprime quindi la convinzione, spiegano i giudici di appello, che concause dello sforamento siano stati errori e violazioni anche da parte della società Cis srl e dei suoi tecnici, sia nella manutenzione dell’impianto sia nella procedura seguita per l’incenerimento».
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