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Il macchinista dell'Italicus racconta l'attentato di 41 anni fa
Luigi Pavesi di Pistoia è in pensione e ricorda benissimo come riuscì a far uscire il treno dalla Grande Galleria dell'Appennino nonostante il capotreno avesse tirato il freno di emergenza. Ma non vuole sentir parlare di atti di eroismo
PISTOIA. "Non ci furono eroi sul treno Italicus, il treno della morte. Quando uno fa il suo dovere non è un eroe. Su quel treno potevano essere salvate delle vite se solo i tubi degli idranti della stazione di San Benedetto Val di Sambro fossero stati più lunghi”. A parlare è Luigi Pavesi, 69 anni di Pistoia, il macchinista che guidava il treno espresso 1486 Italicus con tratta Roma – Monaco di Baviera via Brennero. Su quel treno la notte fra il 3 ed il 4 agosto del 1974 esplose la bomba rivendicata dal gruppo terroristico Ordine Nuovo che fece dodici morti e quarantotto feriti.
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"In tutti questi anni ho sempre cercato di non attirare i riflettori su di me quando si parlava di quello che è accaduto quella notte di oltre quarant’anni fa – dice Pavesi – Non è nella mia natura farmi coinvolgere in quadri di eroismo e di sensazionalismo, non fosse altro che per rispetto di chi in quella tragedia ha trovato la morte. Ma nei giorni scorsi il mio amico ed ex collega di lavoro Moreno Martini di Pontedera mi ha raccontato dell’intervista rilasciata al Tirreno dalla figlia del mio aiuto macchinista, Giovanni Mancini, e da una sopravvissuta a quell’attentato, la signora Simonetta De Rocco. Ed allora, siccome è stata fatta una ricostruzione non corrispondente a quanto realmente accaduto e priva di supporto tecnico, mi sono detto che era il caso di fare un po’ di chiarezza su come sono andate veramente le cose”.
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“Ribadisco che non ci furono eroi e se c’è da accendere un cero a qualcuno, bisogna farlo davanti al portone della fabbrica svizzera che produce il rubinetto Oerlikon, strumento che permette di ridare una ricarica quantitativamente eccezionale ed immediata nel sistema di pressione frenante. Rubinetto che il quel periodo le Ferrovie stavano sperimentando su alcuni locomotori – racconta l’ex macchinista in pensione – Avevo 28 anni, ero all’inizio della carriera ed avevo la qualifica di “macchinista disponibile” cioè a disposizione per sostituire le eventuali assenze di colleghi. Ero uno dei primi ad aver fatto l’abilitazione al sistema Oerlikon e sull’Italicus ne era appena stato montato uno, ecco perché mi trovavo a guidare quel treno. Mi avevano chiamato per sostituire il macchinista che avrebbe dovuto guidarlo ma che non aveva ancora fatto il corso di abilitazione”.
“E se non ricordo male – aggiunge Pavesi – Anche Giovanni Mancini doveva essere al suo primo viaggio dopo essere stato richiamato dall’azienda perché la sua uscita in pensione tre mesi prima aveva avuto delle vicissitudini burocratiche. Quindi eravamo entrambi nella cabina di guida di quel treno solo per circostanze fortuite”. Ma cosa è veramente successo quella notte? “Stavamo attraversando la Grande Galleria dell’Appennino prima della stazione di San Benedetto Val di Sambro – racconta il sessantanovenne pistoiese – Ho sentito un tonfo sordo ed il treno ha cominciato a frenare. Il capotreno che era nella carrozza bagagli ed era più vicino all'esplosione aveva azionato il freno di emergenza. L’uscita della galleria era lì davanti a noi, vedevamo la luce. Potevo accelerare la frenata oppure potevo smorzarla. Il buon senso mi ha spinto a mettere la leva del rubinetto Oerlikon in prima posizione, così il treno per inerzia ha proseguito la sua corsa fino ad uscire dalla galleria. Quella è stata la salvezza per centinaia di persone perché se non fossimo usciti dalla galleria tutti i passeggeri dopo la quinta carrozza, dove ci fu l’esplosione, sarebbero sicuramente morti o per asfissia o per il grande calore sprigionato dall’esplosivo e dall’incendio. La Grande Galleria dell’Appennino è a schiena d’asino e quindi il fumo si sarebbe convogliato tutto verso la parte posteriore”.
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E a quel punto? Una volta che il treno si è fermato? “Sono sceso e sono andato a vedere cosa fosse successo, perché il treno era in curva e quindi non vedevo tutte le carrozze. Quando ho visto quelle fiamme altissime ho subito capito che doveva trattarsi di un attentato terroristico – dice Luigi Pavesi – Sono corso a prendere l’idrante della stazione ma era troppo corto ed ho dovuto abbandonarlo. Probabilmente se fosse stato abbastanza lungo alcuni dei passeggeri morti bruciati si sarebbero salvati. Ho quindi lasciato l’idrante e preso gli estintori che erano sul locomotore ma sono serviti a poco visto l’entità dell’incendio”. In quell’attentato morì anche Silver Sirotti, forlivese dipendente delle Ferrovie, “Sì, ha avuto la sfortuna di trovarsi in quella carrozza al momento dell’esplosione – ricorda Pavesi – Sirotti era il conduttore ovvero il controllore dei biglietti” . Cosa si è portato dietro di quella tragedia? “Ricordo tutto molto nitidamente. Rivedo quei corpi che si muovono in mezzo alle fiamme e le membra dilaniate dall’esplosione – dice Pavesi – Ma ricordo anche che sono voluto tornare subito al lavoro. Ho cercato di non pensarci e volevo mettere tutto in un cassetto della memoria da tenere sempre chiuso a chiave”. E non lo ha fatto? “Pensavo di averlo fatto ma circa due anni dopo, mentre guidavo un treno, passando per Prato, abbiamo costeggiato una fabbrica in fiamme. Rivedere il fuoco e le fiamme alte verso il cielo, mi ha provocato uno shock ed ho rivissuto quella notte sull’Italicus. Non è stato facile controllarmi”. E dopo di allora? “Tutt’ora, almeno una notte al mese sogno di guidare il treno – dice Pavesi – Sono incubi legati ai semafori che penso di aver superato senza fermarmi. La tensione alla quale sono sottoposti i macchinisti è enorme e quando oggi sento che vogliono mandarli in pensione a 67 anni, mi vengono i brividi per loro”.
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