Gioco
Altri 49 operai a casa: «Un tavolo di crisi per il vivaismo»
Cgil chiede l’intervento del Comune. Intanto il vivaio Tesi attacca il sindacato: responsabili del fallito accordo
PISTOIA. Ha chiuso i battenti uno dei cinque vivai più importanti della provincia, e alla luce dell’ennesima crisi nel settore, il segretario provinciale della Flai Cgil, Fabio Capponi, ha inviato una mail al sindaco Samuele Bertinelli chiedendo l’istituzione di un tavolo di crisi a Palazzo di Giano. Richiesta inoltrata all’indomani del nulla di fatto con la proprietà della Tesi Ubaldo&figli s.s. di Chiazzano. Nessun accordo, 49 posti di lavoro definitivamente persi, scambi di accuse reciproche tra azienda e sindacato. Parole pesanti, con il clima che si fa sempre più incadescente. È in questo clima che si chiede l’intervento del primo cittadino. "Valuteremo insieme alla Provincia - è la risposta dell’amministrazione - quale sia la sede istituzionale più appropriata e più utile al fine di affrontare la questione nel modo migliore e più proficuo. Certamente, l'attenzione del Comune di Pistoia su questo punto è - e sarà sempre - alta e vigile".
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Dopo il fallimento del Vivaio Palandri (la società agricola), la richiesta di fallimento dei Vivai Piante Biagini di Masiano ecco la notizia che non c’è alcuna composizione per la crisi della Tesi Ubaldo, vivaio giunto alla quarta generazione, «i primi - ricorda Riccardo Tesi, uno dei titolari - a esportare in Francia insieme al vivaio Baldacci». Una lunga tradizione che si è scontrata dal 2008 con la crisi. Nonostante il tracollo delle vendite i tre titolari (le sorelle Barbara e Doris e il cugino Riccardo, che avevano rilevato l’azienda da Giovanni e Rolando Tesi) hanno mantenuto l’organico a pieno regime. «Nessun licenziamento - evidenzia ora Riccardo Tesi - tutti italiani, la stragrande maggioranza assunti a tempo indeterminato». Il tutto mentre il fatturato passava dai 13 milioni del 2008 ai 7 dello scorso anno. Di questi circa 1,8 milioni, tutti gli anni, sono stati garantiti per il pagamento delle maestranze. Altro che azienda spolpata. Siamo una società semplice, i titolari sono responsabili, abbiamo ipoteche sulle case». Il 14 agosto l’incontro con le banche, che hanno “chiuso i rubinetti”. Sono venute a mancare le risorse necessarie alle attività di cura e di conservazione delle piante. «L’unica via percorribile - afferma Tesi - era quella della cessione dell’azienda a terzi, ma la presenza di esposizioni debitorie con le banche e i fornitori hanno fatto da deterrente per qualsiasi interlocutore trovato». Fino alla Vivai Romiti Pietro e Figli, confinante col Vivaio Tesi. Hanno chiesto che l’operazione superasse il vaglio dell’omologa giudiziale, per impedire il passaggio dei debiti e il trasferimento dell’intero organico».
Si sono detti disponibili a riprendere un numero di lavoratori compreso tra 12 e 15. «L’operazione avrebbe consentito il pagamento delle ultime tre mensilità e del Tfr per 1.140.000 euro a tutti i dipendenti nel volgere di 4 mesi, il passaggio di una parte dei lavoratori, e avrebbe evitato il deperimento delle piante. Il sindacato -accusa Tesi - ha al contrario rigettato questa soluzione, pretendendo che la somma fosse raddoppiata per comprendervi sei mensilità di mancato preavviso, e preferendo il principio del “tutti o nessuno” rispetto alle 12 persone reintegrate da Romiti». Tesi non è tenero nei confronti della Cgil, che accusa di aver sabotato un accordo, «il miglior accordo possibile per i lavoratori». Ricorda di aver pagato «anche la tredicesima e la quattordicesima, a luglio». Da qui il risentimento per una richiesta ritenuta comunque «illegittima», con la richiesta di tener conto «del trattamento riservato dall’azienda al proprio personale per anni nonostante la consapevolezza del pregiudizio economico». Vivai Romiti ha abbandonato il progetto d’acquisto del vivaio e di quanto vi è contenuto (attrezzature, piante). Tesi evidenzia che «in ogni caso i dipendenti non riceveranno dall’Inps un euro in più rispetto a quanto potevamo garantire, con la differenza che dovranno aspettare 15 mesi invece di 4. Il tutto comporterà anche un gravissimo pregiudizio alla platea dei creditori, che si vedrà privata degli apporti assicurati all’interno del piano di composizione della crisi».
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