Sicurezza
Assolto l’ultimo della “banda degli 007”
Alessandro Brachi era accusato di estorsione ma alla fine del processo è emersa la sua innocenza
PISTOIA. L’accusa nei suoi confronti era pesante, estorsione aggravata. Ma con i suoi due avvocati, ha scelto di farsi processare, perché riteneva di essere totalmente innocente. E ieri a confermarlo è arrivata la sentenza di primo grado: Alessandro Brachi, 40 anni, pistoiese, è stato assolto con formula piena dalle accuse. Richiesta peraltro avanzata dallo stesso pm Claudio Curreli.
Brachi era uno dei quattro membri della cosiddetta “banda degli 007”, finita agli arresti nel 2010 con l’accusa di aver compiuto una serie di truffe ed estorsioni. Le vittime venivano avvicinate millantando rapporti confidenziali altolocati, entrature prestigiose, affiliazioni ai servizi segreti (di qui il nomignolo) in grado di risolvere problemi giudiziari o di altro genere per le vie brevi, ovviamente dietro pagamento di somme più o meno grandi. L’attività del gruppo, durata per circa tre anni, emerse nell’ottobre 2010, al termine di indagini dei carabinieri dopo la denuncia di una vittima. Una volta arrestato, il capo riconosciuto del gruppo, Alessandro Melani, oggi cinquantenne, ammise subito le proprie responsabilità. Fu processato con rito abbreviato un anno dopo e condannato. Si attende ora la pronuncia della Cassazione. Gli altri due membri del gruppo scelsero di patteggiare e le pene si aggirarono sui tre anni ed alcuni mesi.
Alessandro Brachi no, lui scelse di essere rinviato a giudizio, perché sicuro di poter dimostrare la sua innocenza. «Il mio cliente – spiega l’avvocato Orsola Visconti, che ne ha sostenuto la difesa con la collega Claudia Pigoni – era realmente succube di Melani e davvero credeva che i suoi “amici” potessero risolvere i problemi, come dicevano. A lui era stato fatto credere di essere incappato in guai giudiziari per una truffa a base di carte di credito in realtà mai esistita. Erano gli “amici”, con una falsa telefonata, ad averlo spaventato. Tanto da spingerlo a pagare tremila euro per mettersi al sicuro. Cosa che poi, ovviamente, era avvenuta. Così, quando Brachi venne a sapere che un conoscente era stato accusato di violenza sessuale pur essendo innocente, in perfetta buona fede aveva suggerito all’amico di fidarsi del gruppo di sedicenti “agenti segreti”». Una circostanza, la buona fede di Brachi, già emersa nel rito abbreviato contro Melani, che difatti fu obbligato a riconoscegli un risarcimento. Dopo quel passaggio, Brachi era così nella singolare posizione di persona offesa e contemporaneamente di imputato. «Ma l’esame attento della vicenda compiuto dallo stesso pubblico ministero Claudio Curreli, ha consentito alla fine di escludere ogni responsabilità penale per il mio cliente».
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