Toscana
Con i Roar at the door 4et e Nguyen Lè un concerto... non solo jazz
Ricca di contaminazioni di generi la musica del chitarrista franco-vietnamita, questa sera alla Rocca insieme alla band di Lello Pareti
SERRAVALLE PISTOIESE. “Mi piace molto la parola contaminazione. In Francia non la usiamo per la cultura, di solito quando la senti ha a che fare con i virus, o con problemi per la salute”. Nguyen Lè, il chitarrista franco-vietnamita ospite speciale della seconda serata al Serravalle Jazz, è un contaminatore perfetto, parlando di musica. Figlio di genitori vietnamiti, da molto tempo non guarda e non rispetta gli steccati tra generi musicali. Ha collaborato con grandi musicisti jazz, ma ha guardato alle sue origini e alle tradizioni orientali, per poi dedicare molta attenzione a una personalissima rilettura di una serie di classici del rock. La sua carriera è contaminazione pura, e certamente anche per il concerto con il gruppo di Lello Pareti al Serravalle Jazz, lunedì 31 agosto, c’è da aspettarsi qualche sconfinamento rispetto all’impianto jazz, seppur modernissimo, di questa formazione molto coesa.
“In qualche modo il jazz è sempre stato contaminazione – dice Lé poche ore prima di esibirsi – gli schiavi in America si portavano dietro le tradizioni musicali dei posti da cui venivano, e le mettevano insieme. Oggi viviamo in una condizione di connessioni superveloci, e abbiamo a disposizione moltissimo materiale da cui farci ispirare. La sfida è saper scegliere una strada, di fronte a questa massa di suggestioni, e percorrerla. Nel mio caso sono nato in Francia da genitori vietnamiti, sono stato educato come vietnamita in casa, ma fuori c’era solo Francia, e ho sempre detto che mi sento più francese. Ma quando ho cominciato a fare musica a mio nome, a incidere dischi, ho pensato che valesse la pena recuperare la cultura delle mie origini. Quando decidi di pubblicare un disco, specialmente il primo disco, devi essere degno di questo passo. Per me il modo giusto di farlo era metterci ciò semplicemente tutto ciò che ero, e così ho fatto. La contaminazione era già nella mia identità. Per quanto riguarda il rock, è la musica che per prima ho amato, e mi è venuto naturale lavorarci”.
Riguardo alla performance a Serravalle con il Roar at the door 4et, il chitarrista sembra eccitato: “Sono ospite di una formazione molto affiatata, che funziona benissimo, soprattutto nell’intesa tra Bearzatti e Ottolini, che è fantastica. Questo gruppo non ha la parte armonica, e ha un suo equilibrio basato sui giochi tra i solisti: io sarò un elemento di disturbo, perché porto dentro gli accordi e l’armonia, quindi dovrò integrarmi in questo contesto pre-esistente. Abbiamo provato ieri per qualche ora, e penso che verrà fuori una serata interessante: loro sono molto aperti mentalmente, può succedere qualsiasi cosa, sono sicuro che porterò il mio modo di fare musica, un po’ di influenza rock, la mia chitarra distorta e i miei effetti elettronici e anche qualche piccola testimonianza delle mie origini”. Il tema di questa edizione del festival è European Sound, ma esiste un sound europeo nel jazz? “Sono sicuro che esista un sound proprio di ogni paese dell’Europa. Alcuni sono più caratterizzati di altri, e può essere il caso della Norvegia, che è interessante: c’è fermento grazie alla Ecm e a Jan Garbarek, ed è uno Stato ricco in cui il governo sovvenziona i musicisti. Una situazione che ha regalato grande libertà, che è stata sfruttata bene, perché i jazzisti fanno solo quello che veramente amano e vogliono fare, senza preoccuparsi troppo del mercato, e hanno creato un sound unico. Per quanto riguarda l’Italia, ci sono tanti bravi musicisti, ma soprattutto c’è una cosa che amo, cioè l’esistenza di festival come questo di Serravalle, con ingresso gratuito. E’ qualcosa che in Francia non abbiamo, e che riduce il pubblico ai soli appassionati, mentre qui tutti possono venire ad ascoltarci”.
Nella serata inaugurale del Serravalle Jazz 2015, Dimitri Grechi Espinoza ha parlato di “spiritualità”, di come la musica oggi abbia perso il desiderio di mettere in contatto l’individuo con l’universo, per diventare puro intrattenimento. Stimolato su questo argomento, Nguyen Lè ha un’opinione chiarissima: “Per quanto mi riguarda ho sempre detestato, la musica intesa come intrattenimento, perché la considero arte, l’arte per me è un modo per cercare un contatto con qualcosa che possiamo chiamare Dio, o comunque con qualcosa più grande di noi. Quando ho imparato a suonare la chitarra da ragazzino cadevo in una specie di trance, ho suonato ogni giorno, ogni ora, credo per tre anni. Era un’esperienza del tutto spirituale, non avevo assolutamente idea di quello che stavo facendo, ero un completo autodidatta. Quando ho deciso di fare il musicista per professione, naturalmente ho dovuto studiare la musica e la tecnica, ma ho sempre cercato di mantenere la stessa attitudine che avevo da ragazzo, quando cadevo in quella specie di trance. Quando si suona, in qualche modo bisognerebbe portare sul palco la tecnica, la cultura, le influenze, e dimenticare tutto quello che abbiamo imparato nel momento in cui si imbraccia uno strumento. Bisognerebbe perfino dimenticare noi stessi come persone e diventare strumenti musicali a disposizione di qualcosa di superiore. Ovviamente non succede ogni sera – conclude Lè - specialmente quando si diventa più vecchi, ma può sempre capitare, e quando avviene è bellissimo”.
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