Sicurezza
A settembre attesi altri 120 profughi: vertice in prefettura
Pistoia: in tutta la Toscana dovrebbero essere 1.500 in più e dovranno essere accolti anche dai Comuni che finora non l’hanno fatto
PISTOIA. Parlare di numeri è stato inevitabile, anche se, dietro a questi numeri (per dì più molti di questi solo teorici) stanno degli uomini, persone in cerca non solo di una vita migliore ma, in molti casi, proprio di una speranza di vita.
E di numeri, nella riunione che si è svolta nel pomeriggio di giovedì 27 agosto in prefettura, si è parlato, ma non solo di quelli. L’incontro, alla presenza dell’assessore regionale Vittorio Bugli e degli amministratori dei Comuni della provincia di Pistoia (quasi tutti rappresentati) doveva servire a stabilire una strategia per affrontare il caso profughi (parlare di emergenza è ormai fuori luogo, visto che la questione si pone da mesi e nessuno è in grado di prevedere quando finirà). E partiamo proprio dai “numeri”: al momento la Toscana ospita sul suo territorio circa 5.000 profughi, con un ricambio quasi continuo. I posti che vengono liberati da chi raggiunge la meta finale del suo percorso, quasi sempre i paesi del nord Europa, vengono rioccupati quasi all’istante. Ma questo ciclo di arrivi e partenze non è stabile e con settembre, con situazioni meteo che si prevedono più favorevoli per quanto riguarda le condizioni del mare, gli sbarchi potrebbero subire un’impennata. Così dalle attuali 5.000 mila persone, suddivise in 370 strutture di accoglienza, si prevede di dover passare a 6.500.
Insomma, gli alloggi fin qui trovati potrebbero non essere sufficienti. Di queste 1.500 persone in più previste l’8% rappresenta la quota di profughi che dovrà essere ospitata in provincia di Pistoia, ossia 120 persone.
Molto è stato detto anche sul come ospitarli, con l’annuncio che anche i Comuni che non hanno accolto profughi sul proprio territorio adesso saranno chiamati a fare la propria parte. Per quanto riguarda il modello l’intenzione è quella di proseguire con il sistema della cosiddetta “ospitalità diffusa”, che si è fatto largo negli ultimi tempi: non più grossi gruppi di persone in strutture ricettive di grandi dimensioni (come gli alberghi), ma piccole unità abitative. Al momento la media è di 14 persone per punto di accoglienza, media che sarà destinata ad abbassarsi.
Gran parte della discussione è stata infine dedicata a come impiegare queste persone in attività socialmente utili, come – è stato detto nella riunione – molti degli stessi profughi chiedono di fare, per non sentirsi inutili. In questo caso, è emerso, occorre superare una serie di problemi tecnici e burocratici. In particolare si tratta di rispettare la normativa in materia di sicurezza sui posti di lavoro. La “626”, infatti, non vale solo per i dipendenti, ma anche per i volontari.
Quindi adesso molte amministrazioni stanno cercando la formula giusta, di concerto con le cooperative che si occupano dei profughi, per permettere loro di poter dare una mano alle comunità che li ospitano.
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