Sicurezza
Nessun colpevole per la morte di Ballerini
Assolti dal gup i dirigenti Aci e l’organizzatore del Rally di Larciano in cui l’ex ct della nazionale di ciclismo perse la vita
PISTOIA. Nessun colpevole per la morte di Franco Ballerini, indimenticato campione del pedale ed ex commissario tecnico della nazionale di ciclismo, rimasto vittima, il 7 febbraio 2010, di un terribile incidente mentre disputava, come navigatore, il Rally di Larciano.
Il gup del tribunale di Pistoia, Alessandro Buzzegoli, di fronte al quale è stato celebrato il processo per rito abbreviato, ha assolto tutti gli imputati «perché il fatto non costituisce reato». Il giudice dell’udienza preliminare ha evidentemente accolto (le motivazioni della sentenza verranno depositate tra 45 giorni) le tesi degli avvocati difensori, tutte più o meno riconducibili al fatto che – stante la mancanza di responsabilità da parte dei loro assistiti – il tragico esito dell’incidente stradale fu dovuto all’erroneo utilizzo da parte della vittima di quel collare da allacciare al casco che invece avrebbe dovuto salvargli la vita.
Gli imputati erano otto: il presidente dell'Aci Angelo Sticchi Damiani, 68 anni, l'organizzatore del rally, Riccardo Heinen, 67 anni, di Montecatini, e gli altri membri del consiglio Aci Csai che parteciparono alla riunione durante la quale fu introdotta l'obbligatorietà del collare Hans: Mario Colelli, 76 anni, di Brindisi, Innocenzo De Sanctis, 75 anni, di Rieti, Raffaele Giammaria, 37 anni, di Civitavecchia, Bruno Longoni, 78 anni, di Carate Brianza, Oronzo Pezzola, 60 anni, di Fasano, Adriano Baso, 64 anni, di Verona.
Per Sticchi e Heinen la procura aveva chiesto un anno di carcere, per gli altri, sei mesi.
I dirigenti Aci erano accusati di aver introdotto nel mondo dei rally, proprio a partire dal 2010, un apparecchio di sicurezza (il cosiddetto collare "Hans" appunto) senza aver dettato contemporaneamente le norme per usare correttamente uno strumento certamente utile in sé ma veramente efficace solo se usato insieme a delle cinture di sicurezza particolari.
L’organizzatore della gara, secondo la procura, era da doversi considerare corresponsabile per non aver segnalato una fossetta pericolosa nel punto dell'incidente e non aver fatto proteggere (ad esempio con delle balle di paglia) il muretto di cinta sul quale si schiantò l'auto con a bordo Ballerini.
«Per cinque anni e mezzo sono stato quello che non aveva visto quella fossetta e che non aveva messo le protezioni contro quel muro – si sfoga Riccardo Heinen, soddisfatto ma ancora amareggiato per l’odissea giudiziaria vissuta – L’assenza di qualsiasi responsabilità da parte mia era un fatto talmente palese per gli adetti ai lavori... Infatti la mia federazione non mi ha mai accusato di aver fatto le cose superficialmente, ho organizzato nel frattempo altre dieci gare e nessuno ha mai sollevato obiezioni. Sono 35 anni che organizzo rally e non avevo mai avuto alcuna accusa del genere perché ho sempre fatto tutto con estrema professionalità. Invece per cinque anni e mezzo sono passato come quello che ammazza i piloti».
Per l’avvocato difensore di Heinen, Francesca Vanni, la sentenza del gup è stata una vittoria «non solo nostra ma di tutto il mondo del rally». «Perché – spiega – una condanna sarebbe stata pericolosa per tutto il mondo delle gare sotto il profilo della sicurezza. Essendo quello del rally uno sport che mette alla prova l’abilità di guida dei piloti, se si comincia a ritenere pericolosi punti del tracciato come quello in cui ha perso la vita Ballerini si rischia di non fare più gare, perché in Italia le strade sono tutte così».
La sua linea difensiva, comunque, ha sottolineato però principalmente come tutte le prescrizioni inserite nel verbale di collaudo del percorso fossero state rispettate, e come Heinen avesse rispettato anche tutte le normative del settore, non peccando di negligenza da nessun altro punto di vista.
«E poi – ha aggiunto – dallo stesso incidente probatorio emerge come la morte sia stata causata dall’errata applicazione del collare e che se anche ci fosse stata una protezione contro quel muretto non sarenne servita ad evitare l’evento fatale».
Anche per quanto riguarda il difensore degli altri imputati, l'avvocato Riccardo Giannuzzi, la responsabilità della morte del compianto campioni di ciclismo non sta nel collare Hans in sé ma nel fatto che era stato male indossato; le cinture di sicurezza erano allentate, come è emerso anche dalla perizia dell'ingegner Vongi e del medico legale Franco Zuppichini; fossero state correttamente tese, il collare non avrebbe provocato le fratture letali, come dimostra il fatto che il pilota, Alessandro Ciardi, aveva il collare posizionato correttamente ed è sopravvissuto.
L’avvocato ha poi evidenziato come non sia vero che non ci fossero regole formali per indossare il collare: le linee guida internazionali erano note. E ha poi puntato il dito anche sulle responsabilità del pilota, che si sarebbe reso colpevole di una manovra sbagliata, che portò l'auto a schiantarsi.
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