Il Tirreno

Pistoia

in tribunale

Assolto Paladini: non rivelò segreti d’ufficio

di Fabio Calamati
Assolto Paladini: non rivelò segreti d’ufficio

Pistoia, il comandante della sezione Pg dei carabineri era accusato di telefonate “proibite” con l’imprenditore amico Giordano Rosi

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PISTOIA. Assolto perché il fatto non sussiste. Ci ha messo poco più di 35 minuti il tribunale collegiale di Pistoia (presidente Luciano Costantini, a latere Gianluca Mancuso e Vanessa Rocchi) a far evaporare l’accusa di rivelazione di segreto d’ufficio a carico del luogotenente dei carabinieri Renato Paladini, 55 anni, all’epoca dei fatti comandante della sezione di polizia giudiziaria dell’Arma a Pistoia.

Un’accusa che Paladini, fin dal rinvio a giudizio nell’ottobre 2014, aveva vissuto con particolare amarezza: eloquenti le sue lacrime di commozione, ieri pomeriggio, alla lettura di una sentenza che, almeno in primo grado, riconosce la correttezza del suo comportamento. Commozione peraltro condivisa dai suoi avvocati, Claudio Del Rosso e Giuseppe Castelli.

Paladini in sostanza era accusato di aver rivelato all’imprenditore edile Giordano Rosi (di cui era amico, da quando guidava la stazione di Pescia dei carabinieri) il contenuto della delega ricevuta ad indagare su una querela che la stessa Leopoldo Rosi spa aveva presentato. La querela era stata sporta nel 2011 contro un cliente che aveva acquistato del conglomerato per un valore di 101.000 euro senza aver poi - sosteneva la Leopoldo Rosi - regolarmente pagato la fornitura. In particolare, in alcune telefonate tra giugno e settembre 2011, Paladini aveva parlato con Rosi dell’inchiesta affidatagli, in particolare chiedendo che l’imprenditore gli mandasse in ufficio i due dipendenti dell’azienda che avrebbero dovuto rispondere alle sue domande (dipendenti che erano indicati come persone informate dalla stessa denuncia).

Delle telefonate è rimasta traccia grazie alle intercettazioni richieste dal pm Francesco Sottosanti, che stava indagando sugli appalti negli enti locali pistoiesi, l’inchiesta battezzata poi “Untouchables”, che vede proprio Giordano Rosi come uno degli imputati.

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L’accusa aveva cercato di far transitare direttamente le intercettazioni nel processo Paladini, ma la richiesta era stata respinta in dibattimento. Il pm Fabio Di Vizio è tornato alla carica, con una mossa a sorpresa, nell’udienza di ieri, chiedendo in aggiunta anche di poter ascoltare lo stesso Giordano Rosi. Il tribunale ha questa volta ammesso nel processo le telefonate (visto che la difesa non si è opposta) ma ha respinto come inutile la richiesta di ascoltare Rosi. Si è passati quindi alla discussione. Di Vizio ha ripercorso le risultanze del processo, sottolineando il rapporto di stima e fiducia che legava Rosi a Paladini, parlando di “visione privatistica del rapporto con le forze dell’ordine” e sottolineando che comunque il sottufficiale dei carabinieri sarebbe venuto meno ai suoi doveri rivelando il contenuto della delega a indagare ricevuta (dallo stesso pm Sottosanti, che stava indagando su Rosi per gli appalti). La richiesta finale, comunque, è stata il minimo della pena: 6 mesi.

Del Rosso e Castelli hanno invece respinto con forza l’assunto dell’accusa: secondo loro Paladini non avrebbe rivelato nulla a Rosi perché, tra l’altro, il contenuto della querela, formulata dalla stessa Rosi, era ben nota al “patron” dell’azienda. E convocare i testimoni non è certo considerabile una rivelazione di segreto.

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