Il Tirreno

Pistoia

tribunale

Dopo la condanna per omicidio, l’assoluzione per evasione fiscale

Pistoia, di nuovo sotto processo Luigi Orefice a venti giorni dall’ergastolo inflittogli in primo grado per l’uccisione del fratello. "Non sono un evasore e dimostrerò anche che non sono un assassino"

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PISTOIA. Un processo nato da quella stessa inchiesta che ha portato alla sentenza con cui, venti giorni fa, la Corte d’assise lo ha condannato all’ergastolo per l’omicidio del fratello. Ma che, in questo caso, si è concluso con un’assoluzione per Luigi Orefice, comparso ieri mattina davanti al giudice monocratico del tribunale di Pistoia accusato del reato di sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte per un ammontare complessivo superiore a 200.000 euro.

Perché il fatto non sussiste la formula con cui il quarantasettenne artigiano di origini casertane è stato assolto dal giudice Emanuela Francini per una vicenda che risale ad un paio di anni prima della scomparsa del fratello Rosario, ritrovato poi, fatto a pezzi, in un bidone pieno di solvente, in quello stesso capannone di Casalguidi al centro della tesi accusatoria del processo che si è chiuso ieri.

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Quel capannone, sede della verniciatura artigianale di cui era titolare – prima che venisse intestata al fratello Rosario – Luigi Orefice l’aveva acquistato nel dicembre 2008 riscattandolo dal leasing in corso, ed immediatamente l’immobile era stato inserito in un fondo patrimoniale. Secondo la procura, per sottrarsi al pagamento delle imposte dovute all’erario, rendendo l’immobile indisponibile ai creditori per debiti estranei a quelli familiari, nell’intento di Luigi Orefice, e secondo la tesi sostenuta dall’avvocato difensore Guido Tesi e accolta dal giudice, per costituire (come prevede l’articolo 168 del codice civile) una riserva economica per soddisfare i bisogni della famiglia.

«Io quelle tasse arretrate ad Equitalia le stavo pagando – spiega Luigi Orefice – Quando nel 2010 sparì mio fratello avevo il quinto della busta paga pignorato e davo quello che la legge mi imponeva. E anche quando ho perso il lavoro ho continuato a pagare volontariamente per un anno. Questo processo nasce dalle indagini sulla scomparsa di Rosario. La squadra mobile fece una segnalazione in procura, per loro io ero un evasore fraudolento... In questo processo abbiamo dimostrato che non era vero».

E Luigi Orefice è convinto che in appello potrà dimostrare che non è neppure un assassino: «Non sono un violento, non ho mai neppure dato uno schiaffo a mio figlio. Nella mia vita non ho mai commesso nulla di grave».

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