Il Tirreno

Pistoia

Addio al pievano don Enrico Pretelli

Parroco di Ferruccia (da quasi 50 anni) e di Barba. I ricordi di don Carmignani e don Biancalani

3 MINUTI DI LETTURA





QUARRATA. Per tutti era il “pievano”, un uomo di rara rettitudine che nei suoi cinquantotto anni di sacerdozio ha illuminato la strada di moltissimi fedeli.

Don Enrico Pretelli, parroco di Ferruccia per quasi mezzo secolo, e di Barba dal 1986, è morto ieri mattina nel reparto di neurochirurgia dell’ospedale di Careggi, dov’era ricoverato da dieci giorni per una grave emorragia. La salma resterà esposta nella chiesa dei Santi Filippo e Giacomo fino ai funerali, che saranno celebrati domani alle 15 dal vescovo Fausto Tardelli, sempre a Ferruccia. Don Enrico arrivò nella parrocchia quarratina quarantasette anni fa. Era il 1968. La gente lo accolse in festa in un sabato d’estate e, in mezzo ai tanti parrocchiani, ad osservarlo con gli occhi curiosi e limpidi di un bimbo c’era anche l’attuale parroco di Vicofaro. «Quando don Enrico venne a Ferruccia, io– racconta don Massimo Biancalani – ero solo un bambino. Mi ricordo di quella sua apparenza rigida, quasi dura, dietro cui si nascondeva un grande cuore. Per noi era un babbo, e come un padre premuroso ci sopportava mentre facevamo confusione in parrocchia. Lo chiamavamo il “pievano”, diventato poi nella calata ferrucciana, e anche un po’ contadina, il “pievano”».

Insieme a un don Massimo ancora bambino, sotto l’ala di don Pretelli c’erano, bimbi anche loro, Alessandro Carmignani, oggi alla guida della chiesa di Marliana, e Andrea Mati, parroco di Lamporecchio. I tre, per anni attivi nel gruppo giovani di Ferruccia, si sono ritrovati martedì pomeriggio all’ospedale di Careggi per vegliare quel loro “padre” ormai in fin di vita, insieme al nipote Riccardo, alle suore e ai parrocchiani. «Don Enrico era un uomo deciso, a tratti duro, ma questo suo carattere era anche la sua migliore qualità – dice don Carmignani - Non è mai andato dove tirava il vento. A condurlo sono state sempre la coscienza e la fede». Per anni ha portato i suoi ragazzi in campeggio al Melo, e in escursione sulla montagna. E’ stato pioniere dei centri estivi e dei campi scuola. Con lui i giovani partivano sprovvisti d’ogni cosa, ma con in tasca un grande coraggio. «Perché don Enrico era un uomo coraggioso», amante dei monti, delle camminate, dell’arte e della cultura. La sua voce riempiva la piazza di Ferruccia quando chiamava i ragazzi per farsi dare una mano con le corde delle campane. E a volte tirava calci al pallone anche lui. Negli anni Ottanta però, subì un primo delicato intervento al cuore, seguito ben presto da una seconda operazione. La malattia lo ha rallentato nell’attività fisica ma senza mai piegarlo. «Il suo attaccamento alla vita era fortissimo». Il Monsignore, così nominato da Mons. Mansueto Bianchi, venne alla luce a Forrottoli, sui colli quarratini, nel 1932.

Ordinato sacerdote nella cattedrale di Pistoia il 29 giugno del 1957 dall’allora vescovo Mario Longo Dorni, don Petrelli è stato cappellano nella comunità di Montemurlo fino al ’60, e in quella di Casalguidi nel ’61. Poi è diventato parroco di Bardalone e Limestre, da dove è ripartito nel ’68 alla volta di Ferruccia. Qui è riuscito a costruire una grande parrocchia. Fondamentale è stato il suo impegno per la ristrutturazione e la manutenzione della chiesa, della canonica e del circolo “La Tranquillona”. Il 30 settembre di quindici anni fa, dopo molte fatiche, don Enrico è riuscito anche a inaugurare il museo di arte sacra di Ferruccia. I parrocchiani adesso salutano il loro amatissimo pievano.

Beatrice Faragli

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Sicurezza

Massa, tre rapine in due ore in centro: arrestati due giovanissimi

di Redazione Massa