Il Tirreno

Pistoia

Ergastolo, è stato il fratello ad ucciderlo

di Gabriele Firmani
Ergastolo, è stato il fratello ad ucciderlo

La Corte di assise di Firenze non ha disposto l’arresto del condannato e non ha riconosciuto la premeditazione

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FIRENZE. La Corte d’Assise di Firenze condanna alla pena dell’ergastolo Luigi Orefice: l’artigiano pistoiese di 48 anni è stato ritenuto colpevole dei reati di omicidio e occultamento di cadavere. L’unica aggravante che non gli è stata riconosciuta è quella della premeditazione: da ergastolo da scontare in ramo d’isolamento diurno, così come era stato richiesto dal pubblico ministero Claudio Curreli in fase di requisitoria, la pena è stata infatti così ridotta a semplice ergastolo, senza isolamento. In compenso, come condanna accessoria, oltre al pagamento delle spese processuali, all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e all’interdizione legale (non potrà più compiere nessun atto che abbia una rilevanza giuridica, come ad esempio comprare o vendere un immobile), Luigi Orefice è stato anche dichiarato decaduto dalla responsabilità genitoriale: non potrà cioè più assumere decisioni nei confronti del proprio unico figlio minore. Potrà però, in attesa della sentenza definitiva della Corte di Cassazione, continuare a vivere da uomo libero: la Corte d’Assise del Tribunale di Firenze, presieduta dal giudice Ettore Nicotra, accompagnato nel pronunciamento della sentenza, dai sei giudici popolari e dal giudice a latere Raffaele D’Isa, ha infatti deciso di non ordinare la sua incarcerazione. Una scelta che ha fatto storcere un po’ il naso, ma non troppo, al pubblico ministero Curreli, che ha comunque commentato la sentenza con un laconico «è andata bene». L’intero impianto accusatorio pare infatti essere stato pienamente accolto dalla Corte: Luigi Orefice è l’unico responsabile dell’uccisione del fratello Rosario.

Ad averlo spinto nell’atroce gesto sarebbero state motivazioni di natura economica: Luigi Orefice, nei mesi precedenti all’assassinio del fratello, aveva infatti depositato in banca, false fatture per l’ottenimento di un’anticipazione di credito pari a 117 mila euro.

Su tutte era riportata la firma falsa di Rosario Orefice: a lui era infatti intestata la L.R. Italverniciature, l’azienda di Casalguidi che i due fratelli originari della provincia di Caserta conducevano in maniera congiunta. Tutte le false ricevute sarebbero scadute il 30 aprile 2010, data in cui è fissata la scomparsa di Rosario Orefice, oltre che anche la sua probabile uccisione: da allora ogni giorno sarebbe infatti stato quello buono, per la vittima, per scoprire la truffa ordita ai suoi danni dal fratello. «Rosario Orefice - ha ripetuto ieri mattina, prima del ritiro in camera di consiglio della corte, il pubblico ministero Claudio Curreli - non era a conoscenza delle ricevute di pagamento bancarie false depositate dal fratello: quelle che conosceva erano unicamente le comunicazioni della banca relative ai fidi insoluti».

La scoperta di un simile inganno, aveva già avuto modo di spiegare durante la requisitoria Curreli, avrebbe fatto deflagrare definitivamente i già tesi rapporti tra i due fratelli: per evitare tale evenienza Luigi Orefice avrebbe così pensato di eliminare Rosario. Un’uccisione, condotta direttamente in prima persona, senza l’aiuto di soggetti esterni: avrebbe infatti prima schiacciato la vittima a terra, o contro a un muro, in quest’ultimo caso, avvalendosi dell’utilizzo del muletto di cui risultava dotata la L.R. Italverniciature, all’interno del cui capannone sarebbe avvenuto l’intero omicidio, per poi finirla con un colpo di pistola sparato all’altezza del collo.

Dopodiché, in totale tranquillità, all’interno del forno di verniciatura, sulle cui pareti avrebbe disposto in maniera attenta teli di cellophane, Luigi Orefice avrebbe provveduto al sezionamento del cadavere attraverso l’uso di un flessibile: a seguito di tale operazione, avrebbe poi immerso tutte le sezioni del corpo (tranne la testa, gli arti superiori e inferiori - assenze che gli sono valse l’incriminazione per occultamento di cadavere) nel fusto in cui sono stati ritrovati i resti di Rosario Orefice. Questo è stato poi adeguatamente riempito di solventi chimici: tre giorni prima della presunta data dell’omicidio, la L.R. Italverniciature aveva infatti registrato la consegna di ben 250 litri di diluente poliuretanico, ordinativo effettuato da Luigi Orefice.

«Sono innocente, assolvetemi», è stata ieri mattina l’ultima invocazione alla corte fatta dall’imputato. Un grido che non è stato però raccolto dai giudici popolari che si sono espressi in maggioranza per la sua incriminazione: ai gradi di appello e alla Cassazione spetterà adesso di accertare la verità definitiva.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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