Sicurezza
Per Orefice il pm chiede il carcere a vita
La procura di Pistoia accusa ma per il difensore non è stato l’artigiano a uccidere il fratello, il cui cadavere è stato ritrovato in un bidone dopo 4 anni
FIRENZE. Ergastolo, da scontare in regime di isolamento diurno: è quanto ha chiesto il pubblico ministero Luigi Curreli che nell’aula bunker di Firenze, in una requisitoria fiume durata quattro ore, ha messo in fila tutti gli indizi che delineerebbero la chiara ed unica responsabilità di Luigi Orefice per l’uccisione del fratello Rosario.
Un omicidio, scatenato, secondo Curreli, da un movente di natura economica: il 30 aprile 2010, giorno della scomparsa di Rosario Orefice, in cui viene fissata anche la sua probabile uccisione, scadevano infatti le false fatture che il fratello della vittima, l’imputato Luigi Orefice, aveva presentato in banca per ottenere un anticipo di liquidità di 117.000 euro. Da quella data in poi, ogni giorno sarebbe stato infatti quello buono per la vittima per scoprire la truffa ai suoi danni: tutte le false fatture che il fratello aveva depositato in banca portavano la sua falsa firma (Rosario Orefice dal 2002 era ufficialmente il titolare della L.R. Italverniciature, l’azienda di Casalguidi che conduceva assieme al fratello.
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Per evitare quindi tale scoperta, l’imputato avrebbe deciso di eliminare il fratello: «Lo ha fatto – ha dichiarato il pm in aula – progettando meticolosamente la sua uccisione».
Quei 250 litri di diluente. Due sono le fatture che il pm Curreli ha prodotto ieri mattina in aula alla Corte d’Assise del Tribunale di Firenze, presieduta da Ettore Nicotra: la prima riguarda l’acquisto di 250 litri di diluente poliuretanico e la seconda di 500 litri di acetone. Entrambi gli ordini effettuati da Luigi Orefice appaiono essere stati effettivamente consegnati il 27 aprile 2010: esattamente tre giorni prima rispetto al giorno in cui è verosimilmente avvenuto l’omicidio di Rosario Orefice.
«Si tratta di liquidi compatibili – afferma il pm – con quelli ritrovati all’interno del fusto in cui era immersa la vittima: fusto, che, anch’esso, era nelle disponibilità dell’imputato, come dimostrato dalle testimonianze degli operai che avevano avuto modo di frequentare il capannone nei mesi precedenti all’omicidio».
La denuncia di scomparsa. «La condotta tenuta da Luigi Orefice nei giorni seguenti alla scomparsa del fratello è incompatibile – ha detto il pm – con il comportamento di chi pensava fosse davanti a un allontanamento volontario». E in particolar modo Curreli fa riferimento alla telefonata fatta al padrone di casa del fratello Rosario, in cui gli ordina la disdetta del contratto di locazione a partire dal successivo mese di luglio: «Come faceva ad esser sicuro che il fratello non sarebbe tornato a casa?».
Gli sms esca. L’altro indizio indicato come schiacciante dal pm è quello dei due sms esca inviati dalla Squadra mobile di Pistoia al cellulare di Luigi Orefice, il 27 e 28 luglio 2010: “Il contatto da lei chiamato – c’era scritto nel falso sms che riportava come mittente il numero intestato a Rosario – - è tornato di nuovo disponibile”. La reazione naturale del fratello di una persona scomparsa sarebbe stata quella di contattare immediatamente gli inquirenti: «Invece Orefice – ha detto Curreli – chiama sì immediatamente l’ispettore di Polizia, ma per chiedergli soltanto se c’erano novità sul fratello».
La scena dell’omicidio. Una sola mano, e non due, come invece ipotizzato dalla perizia della difesa, avrebbe fatto a pezzi con un flessibile il cadavere di Rosario Orefice: «La mancanza di tracce biologiche all’interno del perimetro del capannone – spiega il pm – può essere spiegata con l’utilizzo di speciali teloni montati all’interno del forno di verniciatura».
Tutto falso, assolvetelo. Il difensore di Luigi Orefice ha tenuto a smontare punto per punto quello che ha definito «l’elenco mantra» del pubblico ministero. «Le false fatture – ha detto l’avvocato Guido Tesi nel corso della sua arringa difensiva – sono uno stratagemma in uso in tutte le aziende in crisi. Di queste poteva essere a piena conoscenza anche la stessa vittima». Assolutamente certo, si è detto Tesi, dell’innocenza del suo assistito: «Non può aver da solo sezionato il cadavere, e da solo posizionato il bidone nell’intercapedine in cui è stato ritrovato. Quelli con il fratello – ha aggiunto – erano semplici dissidi e non accesi contrasti tali da poter sfociare in un assassinio».
La parola passa adesso alla Corte d’Assise del Tribunale di Firenze: la sentenza è attesa nel pomeriggio di martedì prossimo, 16 giugno.
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