Sicurezza
In due fecero a pezzi il cadavere di Rosario Orefice
Pistoia, al processo contro il fratello maggiore Luigi ecco i risultati della perizia di parte sui resti dell’artigiano ritrovati in un bidone
FIRENZE. Due mani diverse hanno sezionato, per mezzo di un flessibile, il cadavere di Rosario Orefice: a sostenerlo è la nuova perizia di parte, commissionata dalla difesa di Luigi Orefice, il fratello maggiore della vittima, oggi unico imputato per il suo omicidio.
Secondo quanto riferito ieri in aula dal medico legale di Pieve a Nievole, Giuliano Piliero, le ossa del trentottene scomparso nel marzo del 2010 (e il cui cadavere fu rinvenuto un anno fa, in un bidone, all’interno dell’azienda di verniciature di Casalguidi che conduceva assieme al fratello, grazie alla casuale scoperta fatta dai nuovi affittuari dell’immobile), sarebbero state tagliate in più punti in maniera diversa.
«A fronte di parti sezionate in maniera irregolare, con tanto di dentellatura del flessibile lasciata sul rispettivo tessuto cutaneo – ha sottolineato Piliero – ve ne sono altre, come è ad esempio l’osso peronale, in cui possiamo riscontrare un sezionamento perfetto».
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La prova, per Piliero, della presenza di due mani diverse che hanno operato sul cadavere prima di inserirlo, immerso in una soluzione di solventi chimici, nel bidone in cui è stato ritrovato: «In alcuni punti – ha continuato il medico legale – si può sì supporre che una stessa mano abbia prima operato in maniera decisa, per poi produrre via via sezionamenti sempre più irregolari; ma in altre la diversa inclinazione del taglio lascerebbe piuttosto ipotizzare la presenza di una seconda mano coinvolta nell’operazione di sezionamento del cadavere».
Il successivo inserimento del fusto, contenente i resti di Rosario Orefice, nello spazio presente fra la canna fumaria del forno di verniciatura e la parete esterna del capannone, sarebbe stato poi effettuato, secondo Piliero, per mezzo di un camion-gru dotato di un braccio meccanico: «Sulla base del bidone – ha riferito nella sua relazione, alla quale non ha voluto assistere, per non imbattersi nelle immagini dell’autopsia, l’imputato Luigi Orefice – sono stati rinvenuti dei tessuti utilizzati per rendere maggiormente stabile la base del fusto. Non credo, per il suo peso – ha aggiunto Piliero – che sia stato lì posizionato calpestando il fragile tetto del forno di verniciatura: a inserirlo nell’intercapedine potrebbero essere state due persone, o anche una soltanto, purché capace di ben manovrare il braccio meccanico».
Piliero ha poi fornito anche una propria versione della dinamica dell’uccisione di Orefice. «La frattura della sua parete toracica anteriore – ha detto – lascerebbe supporre un suo schiacciamento verso terra, operato dall’assassino, che è montato con le ginocchia sulla schiena dalla vittima, da dove poi l’ha finita sparando un colpo di proiettile, come lascia ipotizzare la presenza del foro rinvenuto sul collo del maglione addosso alla vittima».
Un’ipotesi quindi piuttosto lontana da quella avanzata dal medico legale della procura che aveva ipotizzato un’immobilizzazione della vittima (precedente al colpo di grazia con un proiettle) per mezzo dei pali del muletto, di cui l’ex Italverniciature era dotata all’interno del suo capannone.
Nessuna prova, per Piliero, che il cadavere sia stato sezionato nell’officina di Casalguidi: «Anche nel caso questo fosse stato realizzato nel forno di verniciatura, le cui pareti – ha continuato Piliero – potrebbero essere state protette da dei teli, è altamente improbabile che non abbia lasciato alcun tipo di traccia biologica».
Intanto, i resti di Rosario Orefice continueranno a rimanere ancora sotto sequestro della magistratura: l’istanza di restituzione del cadavere, avanzata dagli anziani genitori della vittima, è stata infatti respinta in aula dalla difesa dell’imputato, che ha riferito di essere rimasto attonito da una richiesta della quale non aveva ricevuto alcun tipo di preavviso da parte dei propri familiari.
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