Il Tirreno

Pistoia

il passato

Alfredo Martini, Enzo Biagi e l’Abetone

di Walter Bernardi
Alfredo Martini, Enzo Biagi e l’Abetone

Nel 1948 il grande giornalista dedicò un commovente ritratto a quel gregario che sarebbe diventato il ct della nazionale

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ABETONE. Tutti hanno conosciuto Alfredo Martini, tutti lo hanno amato, tutti lo ricordano come il «grande vecchio» del ciclismo italiano che distillava solo saggezza, come sanno fare i vecchi. Ma anche lui è stato giovane, una brillante promessa del ciclismo italiano del dopoguerra.

Il 30 maggio 1948 il Giro prevedeva una bella tappa appenninica, con un tracciato abbastanza simile a quello di quest'anno. La Firenze-Bologna aveva infatti in programma le salite delle Piastre, dell'Abetone e del Barigazzo. Il quotidiano bolognese Stadio aveva mandato a seguire la corsa un brillante giornalista di grande avvenire, Enzo Biagi, al quale era affidata una rubrica di colore nella quale comparivano delicate figurine di personaggi minori che spesso erano sconfitti più dai tiri mancini della sfortuna che dalla forza dei campioni. Gli eroi di quel giorno erano stati per lui due giovani gregari toscani, Alfredo Martini da Sesto Fiorentino e Bruno Pasquini da Montecatini. Sulle rampe del Barigazzo a tradire Martini era stata la macchina di una squadra al seguito che lo aveva messo sotto senza troppi complimenti. Il povero Alfredo si era rialzato da terra «piangente, il volto insanguinato, la bicicletta mal ridotta».

E non sapendo a che santo votarsi, chiamava la mamma: «Mammina, mammina, aiutami», implorava tra le lacrime; mentre quel disgraziato dell'autista tentava di confortarlo: «Non è niente, avanti, Alfredo, che non è niente». La mamma di Martini si chiamava Regina, faceva la casalinga e aveva il suo bel daffare a combinare il pranzo con la cena con lo stipendio del marito Fortunato, operaio fuochista alla Ginori di Sesto, e tre figli da campare, di cui il più piccolo si era messo in testa di fare il corridore. Quando nel 1921 aveva avuto quel terzo figlio Regina aveva già quarantadue anni, era stato un parto difficile, avevano dovuto portarla all'ospedale di Careggi; per questo Alfredo era nato a Firenze e non a Calenzano, dove abitava la famiglia.

I soldi «bastavano precisi», ha raccontato, ma la mamma faceva di tutto per non far mancare sulla tavola del figlioletto una bella bistecca. Allora la gente pensava che la mitica "fiorentina" infondesse chissà quali forze all'atleta. E le bistecche la mamma Regina le comprava il venerdì; andava dal macellaio dell'Unione cooperativa operaia di Colonnata e chiedeva «una bistecchina» per il suo Alfredino. «Dammela morbida - gli diceva - che te la pago domani». Lui rispondeva che non le poteva "fare credito" perché non era il padrone, ma lei ribatteva che l'avrebbe pagato sabato, quando arrivava a casa la quindicina del marito. Ricordandosi dei sacrifici e delle premure che aveva avuto per lui, sulla salita del Barigazzo Martini «continuava a chiamare» la mamma. Incurante del fatto che «l'asfalto si macchiava di rosso» e la gente ai bordi della strada gli ripeteva la solita cantilena: «Riparti, che non è niente». Con questo «niente» negli orecchi, il malconcio ciclista si era ripreso un po’, aveva messo da parte la tentazione del ritiro pensando anche al fatto che il suo capitano, Fiorenzo Magni, poteva avere bisogno di lui ora che era «vicino, molto vicino alla maglia rosa». In fondo, ripeteva a se stesso per consolarsi, «questo sangue, questo male, non è niente». Ecco allora che si era ripulito la faccia, era rimontato in sella e preso nuovamente a spingere «su quella strada dura che gli pareva non dovesse mai finire».

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Più giù in pianura, verso Pavullo, Biagi aveva visto spuntare «da una nuvola di polvere» Bruno Pasquini, che era in fuga tutto solo. Era un gregario anche lui e per questo ogni macchina che lo sorpassava non aveva nessun rispetto, «lo spruzzava di bianco, gli toglieva il respiro, rischiava di travolgerlo». Gridava disperato: «Attenti, per favore un po’ di attenzione». Ma quelli gli rispondevano «non è niente», e allora anche lui aveva ripreso a pedalare come un forsennato.

Per i poveri gregari che andavano in giro per l'Italia col «miraggio di non troppi soldi e di una maglietta colorata», concludeva Biagi, «il dolore, la sete, lo sfinimento, voglion dire ben poco. Tutto questo per loro, non è proprio niente».

Per la cronaca Pasquini vinse quel giorno la più bella corsa della sua vita e Magni il suo primo Giro d'Italia; Martini tornò invece dalla mamma. Regina sarebbe morta tre anni dopo, nel 1951; Alfredo l'ha ricordata con tenerezza poco prima di lasciarci anche lui. Non sapeva né leggere né scrivere, ma era «una donna straordinaria»; quel nome un po' altisonante gliel'avevano dato le suore dell'Ospedale degli Innocenti di Firenze, che una mattina presto l'avevano raccolta alla "ruota" dove le mamme disperate abbandonavano i figli che non potevano mantenere. Il ciclismo racconta tante belle storie, questa che ci parla di un giovane Alfredo in lacrime e della sua mamma credo che sia una delle più commoventi.

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