Il Tirreno

Pistoia

GIUSTIZIA

Breda, nuova indagine sull'amianto killer

di Massimo Donati
Breda, nuova indagine sull'amianto killer

Per un ex lavoratore morto di tumore nel 2013 il gip Martucci ha respinto la richiesta di archiviazione e ordinato una nuova perizia

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PISTOIA. Sono trascorsi quasi undici anni da quella sentenza di assoluzione del tribunale di Pistoia che ha fatto giurisprudenza. Ma in tanti continuano a morire. Tutti ex operai della Breda che nel corso della loro vita lavorativa erano stati esposti alle micidiali fibre di amianto, materiale comunemente utilizzato nella costruzione dei treni fino agli anni Novanta. Come Giorgio Mochi, saldatore via via nei vari reparti dello stabilimento di via Ciliegiole, dal 1965 al 1992, e ucciso, il 14 febbraio di due anni fa, a 67 anni, dalle metastasi di un tumore all’esofago.

Per quella morte, l’altra mattina, la gip del tribunale Patrizia Martucci ha respinto la richiesta di archiviazione, presentata dalla procura, del fascicolo aperto per omicidio colposo nei confronti degli unici due dirigenti della fabbrica pistoiese sotto cui lavorò la vittima e che sono ancora in vita: Corrado FicI, 80 anni, e Roberto Cai, 77.
Fici e Cai erano stati (insieme ad altri due ex dirigenti, nel frattempo deceduti, che negli anni si erano succeduti alla guida dello stabilimento di via Ciliegiole) sul banco degli imputati del primo processo per l’amianto killer alla Breda, quello che si concluse senza colpevoli per le morti di 17 operai uccisi negli anni da tumori polmonari (per questi fu escluso il nesso di causalità tra la malattia e l'esposizione all’amianto) o da mesoteliomi (non fu ritenuto certo tale nesso, che cioè l'amianto respirato in Breda fosse l’unica causa della malattia).

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Dal giugno 2004, tutte le altre inchieste aperte dall’allora pm Jacqueline Magi, si conclusero con sentenze di non luogo a procedere. Mentre i fascicoli aperti come atto dovuto in occasione della tante morti sospette che si sono poi verificate tra gli ex operai della Breda esposti all’amianto sono stati via via archiviati.
Non quello però per la morte di Giorgio Mochi. Volontario della Croce verde per 15 anni, ex calciatore dilettante e anche allenatore (come a Bottegone), abitava a Castel dei Gai quando nell’aprile 2012 i medici gli diagnosticarono un carcinoma all’esafago.
Dopo la morte, avvenuta poco più di nove mesi dopo, il pm Luigi Boccia dispose l’autopsia e avviò un’inchiesta. Nella relazione finale dell’Asl, depositata alcuni mesi dopo nelle sue mani, si parlava della possibilità che, in base a recenti studi, anche il carcinoma all’esofago, al pari di mesotelioma e tumore polmonare, potesse essere associato all’esposizione all’amianto. E che tale esposizione potesse essere stata concausa nel decesso di Giorgio Mochi, assieme però al fumo di sigaretta.
Il fatto che la vittima fosse un fumatore e che proprio per questo non era possibile attribuire con certezza all’amianto respirato in Breda l’insorgenza del tumore, nell’ottobre scorso spinse il pm a chiedere l’archiviazione delle accuse contro Fici e Cai.

Mercoledì scorso, il no della giudice delle indagini preliminari, al termine dell’udienza in cui anche i difensori degli indagati hanno richiamato l’impossibilità di stabilire il nesso causale, così come nel processo del 2004 che aveva portato all’assoluzione. Inoltre, i difensori hanno evidenziato come, sebbene ex direttori dello stabilimento, non è certo che i loro assistiti fossero i titolari della posizione di garanzia su cui incombeva l’obbligo di adottare eventuali misure di protezione per evitare l’inalazione delle micidiali fibre.
La gip Martucci ha comunque disposto che il pm svolga ulteriori indagini, procedendo a una nuova consulenza medico-legale per stabilire se il decesso sia o meno da collegarsi all’esposizione all’amianto.

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